giovedì 15 giugno 2017

Ascolto e rapporti di coppia




Ascolto e rapporti di coppia

  1. Premessa. 2. La follia del non ascoltare. 3. Ascolto e rapporti di coppia. 4. L’arte di ascoltare (Massimo Scaligero, dal blog Libero Pensare di Piero Cammerinesi)


1. Premessa.

Qualche settimana fa ho pubblicato un articoletto, abbastanza banale e superficiale, sull’ascolto. 
Eppure, nonostante la fretta con cui l’avevo redatto, ha sollevato diversi commenti e reazioni, segno che il tema dell’ascolto è molto più sentito di quanto si possa pensare.
Parlando con Stefania e commentando l’articolo, mi sono reso conto che, in tutta la mia vita, ho incontrato pochissime persone che ascoltavano davvero; una è Piero, l’altra è Stefania, una delle poche persone che riesce ad ascoltare per ore gli altri senza dire una parola e senza manifestare giudizi neanche con le espressioni facciali. Ma al di fuori di queste due eccezioni, non so indicare tra le mie pur numerose amicizie se non altri due o tre casi di persone che sappiano davvero ascoltare.
Ascoltare dovrebbe essere una delle attività più importanti dell’individuo, se si vuole capire la vita, gli altri e se stessi. E se in una prima fase della vita è più importante essere ascoltati che ascoltare, da adulti dovrebbe essere il contrario, e bisognerebbe aver acquisito la capacità di ascoltare, perdendo la necessità di essere ascoltati. Invece, in sintesi, può dirsi che:

-          il 99 per cento delle persone non ascolta (non solo l’altro ma soprattutto se stesso);
-          il 99 per cento dei problemi delle persone deriva dalla incapacità di ascolto, o dalla mancanza di ascolto;
-          il 99 per cento delle persone che ascoltano sono donne.


2. La follia del non ascoltare.

L’incapacità di ascolto delle persone, a mio parere, diventa una vera e propria follia in alcuni casi limite.
Nella maggior parte dei casi giudiziari di cui mi sono occupato, il problema di fondo, al di là della corruzione e dei complotti, è il non ascolto.
Gli investigatori hanno le loro idee preconcette e non ascoltano tesi che differiscono dalla loro idea di base. Il maresciallo si è suicidato e dopo essersi sparato ha messo la pistola nella fondina? Ascoltare una tesi diversa dal suicidio richiede troppo impegno, e richiede di ampliare la propria visuale e scenari che la mente non osa immaginare, e allora ci si rinchiude dentro al recinto mentale dell’ “involontario riflesso post mortem con cui la vittima ha dapprima messo la sicura e poi risposto la pistola nella fondina”. E pazienza se nessuno ha sentito lo sparo, nelle stanze attorno. E’ un dettaglio, che la propria mente può trascurare.
I parenti delle vittime e le vittime stesse non ascoltano versioni diverse da quelle che hanno acquisito negli anni, spesso da gente incompetente. Si arriva all’assurdo che alla domanda “ma con quali prove dice che ad uccidere suo figlio è stato il mio assistito?”, la madre ti risponde: “Lo hanno detto i giornali, io non ho mai letto gli atti del processo”.
Nel caso delle Bestie di Satana, ad esempio, alcuni degli avvocati dei ragazzi, non avendoli ascoltati mai per più di poche ore in tutto, li hanno semplicemente ritenuti colpevoli senza approfondire la questione, sposando la tesi della procura senza approfondimenti ulteriori.
D’altronde alcuni dei ragazzi coinvolti nella vicenda, dopo tanti anni, erano talmente tanto assuefatti alla loro versione dei fatti, che non hanno mai voluto ascoltare una versione diversa della vicenda.
Ricordo il caso di un maresciallo dei carabinieri accusato ingiustamente dell’omicidio della moglie; cercavo di dimostrargli la sua innocenza con delle prove evidenti ma (anche a causa del suo evidente stato di shock) non solo non mi ascoltava, ma continuava a ripetermi: “Ma tanto il mio legale adesso presenta un’istanza di incompetenza territoriale”.
Il risultato è che sono in rapporti con persone vittime di omicidi, o coinvolte in casi giudiziari di portata gravissima, che continuano dopo dieci anni a farmi le stesse domande: “Come mai il PM ha archiviato? Non ti sembra ingiusto che abbiano nascosto questa prova?”.
I primi anni erano domande legittime. Dopo dieci anni, il problema è l’incapacità di ascolto reale, altrimenti si sarebbe assimilata la risposta, che è da dieci anni sempre la stessa.

Anche la vicenda del Mostro di Firenze può essere letta alla luce del “non ascolto”. Essendo una vicenda molto particolare e complessa, in cui gli assassini erano diversi, e cambiavano di volta in volta, ho spesso incontrato persone che credevano di aver capito tutto del Mostro di Firenze, per aver seguito una singola pista e individuato uno solo dei possibili esecutori. Una volta ho conosciuto ad esempio una persona che aveva individuato uno degli autori di questi delitti e, dopo aver presentato numerosi esposti a carabinieri e procure, aveva scritto un libro dal titolo “Non tutti sanno ascoltare”. Dopo aver esaminato la sua versione, letto il libro, e ascoltato ciò che aveva dirmi, ho provato ad integrare la sua visione con la mia, ma… appunto… non mi ha ascoltato.
E così, sul Mostro di Firenze, la maggior parte degli investigatori e dei giornalisti, anche di quelli che non hanno capito nulla, sono in buona fede. Semplicemente, non hanno valutato appieno versioni e tesi diverse dalla loro, cosicché ciascuno ha colto degli sprazzi di verità ma non la verità completa.

A quelli che mi domandano come ho fatto a giungere a determinate conclusioni nelle vicende di cui mi sono occupato ho sempre risposto che non ho fatto nulla di particolare, se non ascoltare oltre il pregiudizio, e leggere attentamente i vari documenti processuali, cosa che nessuno fa mai in genere.

L’altra follia in cui mi sono imbattuto nella mia vita, è quella del non ascolto in materia di malattia.
Il 99 per cento dei parenti dei malati di tumore è incapace di ascoltare cosa sia meglio per il loro “caro”.
I malati di tumore, con una diagnosi che prevede la morte, contro ogni logica e buon senso non ascoltano chi presenta loro un’alternativa, una speranza.
La gente dedica mesi alla scelta di un auto nuova, visitando concessionari, leggendo riviste, e ascoltando pareri, e dedica spesso giorni e giorni per la scelta di un nuovo frigorifero o dei mobili di una stanza, ma quando si tratta della propria salute, misteriosamente, si accontenta del parere frettoloso di un medico che liquida la persona in dieci minuti perché ha la sala d’attesa piena.
Esistono decine, centinaia, se non migliaia di persone che sono sopravvissute al tumore, nonostante una diagnosi infausta: varrebbe la pena ascoltarle. Oggi poi siamo nell’era di internet, in cui le informazioni possono essere trovate velocemente, e non esistono scuse per la propria ignoranza.

Ora, se non ascoltare, nelle occasioni normali, può essere considerato tutt'al più un lato del carattere, uno dei tanti aspetti del proprio comunicare, in queste occasioni, a mio parere, diventa una vera e propria follia, con il paradosso che i sani sono considerati quelli che non ascoltano e muoiono grazie alla medicina tradizionale, e matti sono considerati quelli che sopravvivono seguendo le medicine non convenzionali.

Mi sono sempre domandato cosa, e perché, fa scattare in una persona che sta per morire una chiusura totale nell’ascoltare soluzioni diverse rispetto alla condanna a morte che viene data dalla medicina ufficiale, e la risposta mi pare ovvia: inconsciamente la persona vuole morire.

E quando mi sono domandato cosa impedisce alla gente di ascoltare chi ha idee, costumi, ed esperienze diverse dalla sua, ho potuto constatare che, in fondo, c’è la stessa paura di morire, ma questa volta dell’ego, non del corpo. Ascoltando chi ha una versione diversa dalla nostra, chi vede le cose in modo diverso, abbiamo inconsciamente paura che muoiano le nostre idee, le convinzioni, e i giudizi con cui noi ci identifichiamo.


3. Ascolto e rapporti di coppia.

Più in generale, nei rapporti di coppia, i problemi si riducono quasi tutti alla mancanza di ascolto. La maggior parte delle persone sta in coppia con l’altro e, invece di ascoltarne le esigenze, per stimolarlo nel soddisfare le sue aspirazioni e aiutarlo nel superare i propri problemi, cerca di riportare il partner nei propri schemi di giusto e sbagliato. E nel partner non vede l’altro, quanto un riflesso di se stesso, pretendendo che l’altro si conformi alla propria immagine interna.
Eppure, con l’ascolto svanirebbero d’incanto tutti i problemi tipici della coppia.
Il problema del tradimento svanirebbe, ad esempio, nel momento in cui si acquisisca la capacità di ascoltare l’altro, perché si capirebbe sempre quando, e se, il partner sia insoddisfatto di noi e abbia la necessità di intrattenere altre relazioni.
Con l’ascolto non esisterebbero neanche relazioni finite all’improvviso e senza un perché; perché si conoscerebbe sempre il perché, e ascoltando l’altro e comprendendolo si intuirebbe in anticipo che la relazione è finita.
Né esisterebbero discussioni infinite su dove passare le vacanze, le serate, ecc., per il semplice motivo che accordare le esigenze di entrambi sarebbe facile quanto una danza da fare insieme, in cui occorra solo sincronizzare meglio i movimenti dopo i primi inciampi.

Il rapporto sentimentale più disastrato e complicato della mia vita iniziò con una ragazza di cui ero amico, che un giorno mi disse “non mi ascolti”; mi sforzai di ascoltarla di più e lei più volte mi ripeté: “Vorrei avere uno come te, uno che se gli dici non mi ascolti si sforza di ascoltare di più”. Quando iniziammo la relazione, non mi ascoltava granchè, e fu l’unico rapporto, infatti, in cui i problemi di comunicazione si rifletterono pure sul piano fisico, perché li somatizzavo con infiammazioni, dolori, ecc., che terminarono quando troncammo qualsiasi rapporto, anche di amicizia. Quando, a distanza di tempo, mi interrogavo su come potessi essere finito in una relazione talmente dolorosa da darmi problemi fisici, mi resi conto che il problema di fondo era che non avevo ascoltato me stesso, portando avanti un rapporto in cui era assente del tutto la comunicazione, nonostante i molti segnali negativi che il mio corpo e la mia anima ricevevano quotidianamente. Per giunta, avevo replicato alcuni aspetti del rapporto con mia madre, che da piccolo avevo sempre cercato di ascoltare, ma che non mi aveva mai ascoltato. Manco a dirlo, lei invece (che mi ripeté più volte “sei la persona che mi ha fatto sentire più ascoltata ma anche la meno capita”) aveva replicato con me il rapporto col padre, che non a caso era la persona che in vita sua l’aveva, sì, capita ed amata sopra ogni altra persona, ma che a causa del suo carattere poco espansivo l’aveva sempre fatta sentire poco ascoltata a livello profondo.

Un’altra relazione abbastanza complicata che ebbi fu con una ragazza che volevo lasciare dopo pochi giorni perché non mi ascoltava; ricordo che, litigando al telefono, mi disse disperata: “No Paolo, io ti ascolto, nessuno ti ascolta come ti ascolto io”. Capii poi dopo diversi giorni il motivo di questa sua affermazione apparentemente contraddittoria; infatti era veggente, e la sua poca capacità di ascolto derivava dal fatto che già sapeva in anticipo quello che volevo dirle, e che spesso si opponeva alle cose che più le facevano male e che non voleva approfondire. Il nostro rapporto fu il più lungo della mia vita e durò oltre 15 anni fino alla sua morte.

Anche la persona citata prima era una veggente, e questo complicava le cose.

Più in generale, ho riscontrato che le persone con doti di sensitività e veggenza, sono spesso quelle che lasciano parlare meno gli altri, forse perché hanno paura di scendere troppo a fondo, sia dentro l’altro che dentro se stesse.
In genere, se il veggente ascolta una persona comune, un cliente ad esempio, lo fa con un grado di comprensione e di empatia eccezionale, superiore a quello di chiunque. Ma proprio in ragione di ciò ho notato questa curiosa contraddizione, che spesso sono le persone che, nelle relazioni di coppia, hanno il minore grado di ascolto ed empatia, perché devono difendersi probabilmente da un grado di fusione che altrimenti sentirebbero troppo elevato, perdendo il proprio io in quello dell’altro.
Non a caso la maggior parte dei veggenti e dei sensitivi che conosco hanno una vita sentimentale piuttosto tormentata; sia perché alla maggior parte della gente comune non piace che le si legga dentro anche i propri segreti più reconditi (il che diminuisce drasticamente, per loro, la possibilità di trovare un partner), sia perché il veggente spesso tende, per difesa, a non ascoltare l’altro ma soprattutto se stesso, a meno che non abbia fatto un profondo lavoro su di sé, che lo renda capace di guardare le sue parti più oscure.
E non a caso i rapporti più difficili della mia vita sono sempre stati quelli con donne veggenti; e la persona che aveva, in assoluto, le più forti doti di veggenza che ho mai incontrato in vita mia, che riusciva a prevedere anche quello che sarebbe successo dopo mesi con millimetrica precisione, nei rapporti sentimentali non riusciva a “vedere” quello che succedeva all’interno dell'altra persona, ad un metro da lei.

Se dovessi tirare le somme sintetiche di tutte le relazioni che ho avuto fino ad oggi, direi che - a parte quei casi in cui mancava proprio l'amore da una o ambo le parti - sono finite tutte per mancanza di ascolto, da parte di uno o di entrambi, dell'altro e/o di se stessi. Sono stato lasciato da donne che non si sentivano ascoltate da me; e ho lasciato donne da cui non mi sentivo ascoltato o capito. E ci si lasciava di comune accordo quando, semplicemente, mancava la comunicazione e se ne prendeva atto.

In conclusione, se nei rapporti di coppia si ascoltasse l’altro e si ascoltasse se stessi, non ci sarebbero tante relazioni fallite; perché si capirebbe meglio se il partner può adattarsi al nostro carattere o meno; inoltre si imparerebbe ad amarlo di più e meglio.
Ascoltando noi e il partner, insomma, non esisterebbero relazioni “fallite”, ma solo relazioni, che ad un certo punto terminerebbero naturalmente, venuti meno i progetti comuni, la comunicazione, o i presupposti che avevano fatto nascere la coppia; in linea di massima mi rendo conto, infatti, che le relazioni che io ho considerato fallite erano solo quelle in cui mancava l’ascolto profondo dell’altro da parte mia, e dunque non avevo compreso i segnali della fine in anticipo.

Cosa significa, quindi, ascoltare l’altro? Significa – per citare il mio amico Piero – semplicemente, tacere. Stare zitti. Senza se e senza ma. Facendo tacere soprattutto quell’incessante borbottio psichico (per usare le parole di Massimo Scaligero) che esiste anche quando teniamo, sì, la bocca chiusa, ma dentro di noi con la mente ci diciamo “ma questo è impossibile, è giusto o sbagliato, questo è immorale, questo è scorretto, questo è così, questo è cosà”.



4. L'ARTE DI ASCOLTARE (di Massimo Scaligero)

Non ce ne avvediamo, ma è raro che noi sappiamo realmente ascoltare un interlocutore. Eppure una grande ricchezza interiore, un’animazione nuova e creativa ci possono venire dal saper ascoltare e forse ancora qualcosa di piú essenziale che tenteremo descrivere. Per solito non ascoltiamo l’altro, ma noi stessi: crediamo di seguire il filo del discorso dell’altro, ma seguiamo invece la nostra confutazione, una sorta di borbottío psichico che continuamente si interpone tra noi e l’interlocutore: ed è il nostro giudizio.

Crediamo di avere afferrato un contenuto, ma ancora una volta non abbiamo altro che la nostra segreta opposizione al mondo.

Si provi una volta a tacere interiormente, a non intervenire con la propria immediata confutazione o con la propria passiva accettazione: si lasci giungere nell’anima il suono della voce di chi parla, il senso delle sue parole: si ascolti realmente, per conoscere nella sua interezza che cosa ci viene comunicato.

Si scoprirà che si tratta di un atteggiamento nuovo, che non s’era mai prima di allora sperimentato: si sentirà farsi in noi una calma che può accogliere l’altro e che può dargli modo di esprimersi con una libertà che in lui tende normalmente ad affermarsi, ma che viene sempre respinta dal non trovare risonanza all’esterno. Non dovrebbe sembrare immagine retorica il sentire che colui che è dinanzi a noi e ci parla, proprio in quanto in quel momento stabilisce un rapporto vivo con noi, è l’essere piú importante del mondo: è il rappresentante dell’umanità, è noi stessi.

Nel tacere, nel vietarsi di confutare e di commentare, si ascolta veramente l’altro e lo si aiuta, lo si conosce nella sua profondità, si può rilevare in lui quello che v’è di piú singolare e che altrimenti, non venendo ad espressione, andrebbe perduto per il mondo. Si provi a usare questo atteggiamento con un essere semplice, a cui non si è usi attribuire importanza: per esempio con un bimbo, con una domestica, con uno spazzino: si può scoprire nell’ascoltarlo con quanta ottusità ci si comporta di solito, vietandosi di far giungere effettivamente a noi il messaggio essenziale che può venirci da un individuo qualsiasi.
Ci si avvede che noi, con giudizi già belli e costituiti, anzi con un abito giudicante regolamentare, ci chiudiamo ai significati piú vivi, alle singolari espressioni degli esseri, che sono la pulsante vita del reale.
Si può scoprire che non v’è creatura da cui non si abbia da imparare qualcosa, che si può rimanere silenziosi ad accogliere la comunicazione di un essere semplice lasciando cosí che la sua anima si immerga nella nostra e vi rechi risonanze che fanno parte del mistero meno conoscibile della vita interiore e a cui sarebbe difficile trovare altro linguaggio che quello dell’arte o della filosofia.

Si reca un concreto giovamento a colui che ci parla, se lo si sa ascoltare: lo si aiuta come se gli si dischiudesse il varco ad un piú fecondo incontro con se medesimo. L’interlocutore sente che infine è ascoltato, ossia compreso, sente che può varcare la chiusura della propria individualità e riversarsi nel mondo, perché in quel momento chi lo ascolta è il mondo intero.

Chi sa ascoltare diviene il sollecitatore di quanto di meglio può scaturire dall’anima dell’interlocutore: lo fa sbocciare in sé, lo rende artista e, propiziando una migliore relazione fra la psiche di lui e il mondo esteriore, giova anche alla sua salute fisica.
È un’arte non facile, soprattutto perché di solito non si sa dimenticare se stessi se non nei gesti e negli atti istintivi: mentre ci si ricorda troppo di sé, delle proprie opinioni, delle proprie preferenze, quando si è presenti a se stessi. Ricondurre al silenzio il proprio opinare, il proprio reagire, dà peraltro una grande calma. Si potrebbe obiettare che una tale attitudine attenua la coscienza di sé ed elimina quello spirito critico che nell’esperienza normale ci garantisce la scelta del vero e del buono. Ma la realtà è che una scelta secondo verità non possiamo farla se prima non ci poniamo dinanzi i contenuti quali sono e non lasciamo che essi ci rivelino la loro realtà. Immergendosi nell’ascoltazione dell’altro, l’uomo estingue in sé l’“io” piú effimero o piú egoistico, quello che borbotta, critica, soggettivizza, quello che riduce tutto a termini dialettici: è evidente perciò che quello che sta ad ascoltare è il vero “Io”, o Io superiore. Il buon ascoltatore diviene calmo e prova quella rara esperienza che fa accogliere gli interessi dell’altro come interessi propri: esperienza che rafforza la volontà, libera dall’angoscia e dalla paura, chiarisce il senso di ciò che comunemente si chiama “amore verso il prossimo”, ma che rimane espressione verbale, mera immagine, se non lo si attua attraverso una pratica, che concretamente svincoli da se stessi.

Il potere della volontà scorre creativamente nell’uomo che sappia stabilire in sé un silenzio non artificioso, narcisistico, retorico, ma un silenzio dedito alla conoscenza degli uomini e delle cose, vastamente aperto a tutti i suoni e le espressioni dell’essere: per cui l’individuo non opponga continuamente se stesso al messaggio del mondo ma offra la sua interiorità perché questo vi si esprima in pienezza.


“Ben oltre le idee di giusto e di sbagliato c’è un campo, ti aspetterò laggiù” (J.Rumi)



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2 commenti:

Anonimo ha detto...

Il problema dell'ascolto è che se uno deve essere ascoltato per poi chi mi ascolta realizza che sono un pazzo delirante, è meglio che non mi ascolti. Ci sono argomenti che si possono dire e altri che non ti capirebbe nessuno. Per esempio: chi mi ascolta su Mikeligna : https://www.youtube.com/watch?v=Xm3xUAABZ8o

Nessuno mi ascolta.... chi sa cosa voglio dire mi maledice e chiude dicendo che questa è una cosa della quale non si deve neanche fare menzione alla lontana. Considerando che tutta you tube è piena zeppa di gente come Mikeligna, se qualcuno mi ascoltasse , ci sarebbe molto da chiedere e investigare, ma nessuno, nessuno lo farà mai. Persone superficiali che non sanno vedere oltre il loro naso , semplicemente non ci perdo neanche tempo per non sentire cazzate altamente irritanti . ( a parte chi ha capito cosa intendo dire..... ma se ha capito farà molta fatica solo a pubblicare il commento ) Vedete, non è che a volte l'ascolto manca, l'ascolto c'è ma si fa avanti la censura.

Su you tube esiste una rete immensa di persone giovani , che sono diventate star principali della piattaforma, sotto controllo mentale, con allegata rete satanica alle spalle.

Sarei la persona più stupida di questo mondo se pensassi che qualcuno mi ascoltasse riguardo la cosa sopra detta. Quello che dico si tratta della pura verità, sono disposto ad ascoltare commenti costruttivi che porterebbero a fare luce su questa cosa, non cavolate megagalattiche. Grazie.

Anonimo ha detto...

Per quanto riguarda la mia esperienza..
Mi e' facile ascoltare l'altro, ma non raccontare!
Ci sono certe persone che usano le parole come un boomerang...
Ascoltare = Amare.
Non sento le persone altruiste..
Di quell'Amore incondizionato facente
Parte di quella parte interiore che piu' dubbi non ha..