domenica 12 maggio 2013

La depressione e l'amore (La depressione - parte II)







1. Premessa. La malattia. 2. La depressione come reazione della mente per evitare danni maggiori. 3. Depressione e amore. 4. Come reagire alla depressione.


1. Premessa. La malattia.

La depressione è anche definita come paralisi della volontà.
Proprio per questo uno degli approcci alla cura della depressione consiste nel voler rafforzare la determinazione e l’intenzione. Si consiglia quindi il depresso di “darsi da fare”, di fare questo e quest’altro, di farsi venire voglia di fare le cose con una serie di consigli ad hoc, oppure si ricorre al farmaco.
Ma tale approccio, anche se non sbagliato, è comunque poco efficace, perché agisce sul sintomo e non sulla causa.

In una interessantissima conversazione con Carpeoro, costui mi faceva notare che la depressione, essendo una malattia, come tutte le malattie è una reazione dell’organo per evitare danni più gravi. La malattia è infatti una reazione del corpo (o meglio di una parte di esso) per evitare un danno di altro tipo generalizzato all’intero organismo.
Anche la depressione segue questo schema ed è quindi una reazione della mente per evitare un danno più elevato.

Alcuni esempi chiariranno il concetto.

Per la medicina ufficiale allopatica, la malattia è uno stato patologico. Si parte dal presupposto che il corpo è sano, e che la malattia rappresenti una anomalia nel funzionamento di un organo.
Per le scienze olistiche, invece, la malattia non è un’anomalia (anche perché i fisici realmente sani sono rarissimi o inesistenti) ma una reazione (normale) di assestamento a una serie di concause, alcune esterne altre interne.
In particolare, la malattia rappresenta due cose:
1) la manifestazione di una problematica all’anima;
2) una reazione del fisico, per compensare un problema, e per evitare danni maggiori.
Ad esempio l’influenza viene in genere quando la persona inconsciamente teme qualcosa; ma è anche una reazione ad un periodo stressante, in cui il corpo chiede uno stop, e decide di prenderselo forzatamente.
Quindi da una parte abbiamo una problematica dell’anima (paura); dall’altra abbiamo una reazione per evitare danni maggiori (stress, malattie più gravi da iperlavoro).
Il cancro è la manifestazione di una rabbia o un dolore portati avanti da tanto tempo.
Da una parte quindi uno stato dell’anima (rabbia, dolore), dall’altra una reazione del corpo, che concentra la rabbia in un punto specifico del corpo.
L’epilessia, per Rudiger Dahlke, è una sorta di cortocircuito della mente, nelle persone che sono una sorta di ponte tra il mondo sensibile e soprasensibile; quando la persona non riesce a comprendere la realtà, scatta l’attacco epilettico, che infatti tende a diminuire con l’età, quando cioè i conflitti tra conscio e inconscio si appianano.
In modo simile, secondo Claudia Rainville, l’attacco epilettico è dato da una grande paura che non si riesce a gestire; per non soccombere alla paura il cervello va in corto circuito.

La malattia, insomma, è una reazione di compensazione del corpo, la cui comprensione permette di guarire non solo il sintomo ma anche la causa.


2. La depressione come reazione della mente per evitare danni maggiori.

In particolare la depressione, se è vero, come ho sostenuto nel mio precedente articolo, che è una reazione sana ad una società malata, rappresenta anche una reazione della mente per evitare danni maggiori alla persona. E questa reazione ce l’hanno le persone più sensibili o più intelligenti.

La persona intelligente e sensibile è predisposta naturalmente a fare diverse cose a beneficio dell’altro e di se stesso, è piena di interessi, di curiosità, e potenzialmente è in grado di svolgere attività interessanti, ben fatte, creative.
La persona intelligente e sensibile, insomma, ha la tendenza naturale a fare di più e meglio, rispetto ad una persona poco intelligente e poco sensibile.


Il problema è però lo scontro con la società.
Il problema della persona dotata (“il dramma del bambino dotato”, lo definirebbe Alice Miller) è che viviamo in una società che fa di tutto per appiattire e reprimere le doti personali di ogni individuo, per uccidere la parte più autentica, vitale e originale dell’essere umano.

La cultura viene rappresentata appiattita, vuota, priva di stimoli. Quindi la persona intelligente trova spesso noioso e poco stimolante studiare le singole materie proposte a scuola col metodo tradizionale e cresce con l’idea che la cultura e lo studio siano cose noiose che non servono a niente.

Il mondo del lavoro ha delle regole falsate e non vengono premiati l’impegno e le reali capacità. Quindi va spesso a finire che la persona dotata per fare il meccanico, il pittore, il poeta, il romanziere, venga costretta dagli stimoli esterni a rinchiudersi in una banca o in ufficio postale come meta ultima agognata a causa della sicurezza del posto fisso.

La vita di coppia viene ingabbiata in una serie di regole che inevitabilmente dopo qualche tempo uccidono l’amore e spesso la personalità di entrambi i partner. La maggioranza delle coppie finisce quindi per vivere una vita noiosa, priva di stimoli, e soprattutto priva di una crescita spirituale comune.

La persona capace, insomma, non ha spazio per esprimersi e manifestare la propria creatività e sensibilità, si scontra con un mondo di cui non riesce ad afferrare le regole e non si riconosce nella vita piatta e ordinaria che la società cerca di preparargli (casa, lavoro noioso, famiglia, supermercato il sabato sera, gitarella domenicale).
Pur di evitare di disperdere le sue energie a vuoto andando a cozzare contro un binario morto, entra in depressione. Pur di evitare un danno più grave (disperdere energie a vuoto), la mente si ferma e la vita della persona rimane bloccata, in mancanza di alternative valide.
Entrano in depressione quindi le persone più sensibili e/o intelligenti e capaci, mentre le persone con poche capacità sono spesso (anche se non sempre) più facilmente adattabili al sistema malato in cui viviamo.


Proprio per questo non ha senso agire solo sulla volontà, rafforzandola, e facendo venire al depresso la voglia di “fare le cose”. In tal modo si pretende di eliminare il sintomo, ritenendo la persona guarita, quando la causa è invece ancora latente e pronta a scatenare altri sintomi.
Il fare delle cose, l’essere attivi, l’avere un lavoro e una vita anche movimentata, non garantiscono che la persona sia sana.
Non a caso molte persone iperattive, quelle che non riescono mai a fermarsi, che se rimangono sole si intristiscono, che fanno tante attività una in fila all’altra, sono in realtà dei depressi ipercompensati; la gran quantità di cose da fare infatti impedisce di prendere contatto con la propria realtà più profonda, ovvero con la propria depressione. Impedisce alla persona, insomma, di ammettere a se stesso: sono infelice.
Chi è iperattivo, quindi, non sta affatto bene, ma semplicemente “sembra” solo in apparenza stare bene: all’esterno si fa vedere come una persona normale, e nessuno gli consiglierà di andare da uno psicologo; ma internamente è infelice e sente un senso di vuoto, che spesso ricaccia e nega anche a se stesso.


3. Depressione e amore.

A questo punto mi ricollego con il mio articolo sull’amore nella nostra società, per evidenziare che la depressione è anche una conseguenza della mancanza di amore nella vita quotidiana.
Tale mancanza di amore non deve intendersi solo come mancanza di amore dalle persone attorno a noi, o dai nostri genitori (anche); ma soprattutto come mancanza di impulsi di amore da parte della società attorno a noi.
Una società deprivata dell’amore in tutte le manifestazioni della vita sociale è una società destinata a produrre persone depresse.

Quello che dico può essere compreso ancora meglio se vediamo cosa succede nel rapporto tra depressione e amore.
La persona depressa spesso trova nell’amore una valvola di sfogo. Con l’amore la persona rinasce, si sente viva ha di nuovo voglia di fare e si rialza. La cosa non dura in eterno, perché prima o poi l’equilibrio si rompe, e quando l’amore finisce la persona torna in depressione per poi rialzarsi quando si innamora di nuovo. Per non parlare poi delle catastrofiche conseguenze che conseguono alla morte di un figlio o del partner; si tratta di eventi che se non sono accompagnati da una fortissima spiritualità possono distruggere per sempre una persona media.

Perché succede questo?

Perché l’amore è forza creativa. Una delle migliori definizioni dell’amore che ho trovato è quella di Daniel Givaudan, secondo cui l’amore è quando saresti disposto a dare la vita per l’oggetto del tuo amore: è amore se sento di poter dare la mia vita per ciò che suscita in me.

Grazie all’amore per una persona, quindi, il depresso si rialza e sembra apparentemente guarito dalla depressione.

Anche l’amore per un figlio, per un animale, o per qualsiasi altra cosa, hanno spesso gli stessi effetti. Non a caso molte persone depresse trovano poi il loro equilibrio nella famiglia e si sentono realizzati quando devono occuparsi di un figlio e/o del partner, trovando così un certo bilanciamento.

Una straordinaria passione per un’arte o per una professione sono spesso dei compensativi ad una depressione in altri campi della vita. Anche qui, è l’amore (questa volta per un’arte o una professione) che spinge la persona ad alzarsi e andare avanti.

Perché la persona sia sana e veramente felice, però, non è sufficiente amare una persona o la propria famiglia. L’amore deve essere completo e totale, e comprendere l’amore per se stessi, per il proprio lavoro, per il proprio ambiente.

Iniettando l’amore nelle attività quotidiane scomparirebbe la depressione.


La differenza tra una persona schiava della società e a rischio di depressione, una persona che ha la passione per quello fa, e un’altra che ha amore per se stesso e per la vita, è ben rappresentata da questo esempio: alla domanda “che lavoro fai?”, la prima risponderà “spacco pietre”, la seconda “faccio il mio lavoro”, la terza “partecipo alla costruzione di una cattedrale”.

Come abbiamo detto in un nostro precedente articolo, la nostra società priva però di amore ogni manifestazione della vita sociale, proprio al fine di creare una massa di depressi. E non caso esistono corsi di laurea e scuole di ogni tipo, di cucina, di cucito, di modellismo, di apicoltura, in psicologia equina, di management del golf, di origami; ma sono rarissimi i corsi fondamentali, come potrebbero essere dei corsi di felicità e di approccio sistematico alla vita (che solo da qualche anno hanno preso timidamente piede).

Scrive Osho, infatti, che la società in cui viviamo non può permettersi la felicità, perché in una società di persone felici non potrete mandare la gente in guerra, non la potrete costringere a lavori umilianti, non la potrete corrompere. Se la gente diventasse felice, la società cambierebbe, e gli equilibri del potere dovrebbero spostarsi.
Pensiamoci un attimo. I militari si rifiuterebbero di andare in guerra ad uccidere altre persone e rischiare loro stessi di essere uccisi; una persona felice come potrebbe essere convinta ad andare in terra straniera a rischiare la vita per un ideale inesistente? Per costringerla occorre prima toglierle le principali fonti di felicità e poi convincerla che può trovare una compensazione alla sua insoddisfazione andando in guerra.
Se la gente fosse felice non si suiciderebbe per i debiti; capirebbe che il debito altro non è che una cifra iscritta sul pc di un’amministrazione o di una banca, che non impedisce al debitore di amare, di gioire della presenza degli altri, di divertirsi; si suicida chi fa della sua attività economica il fine ultimo della sua esistenza, in mancanza di altri fini e di altre fonti di felicità.
Se la gente fosse felice non cadrebbe neanche in depressione per amore; un amore finito porta alla depressione chi ha, come unica fonte della sua felicità, il rapporto con l’altro, per aver dimenticato se stesso e il mondo attorno.

Per questo motivo, per avere una massa di persone pronte a fare qualsiasi cosa in cambio di soddisfazioni inesistenti, la nostra società si fonda sull’infelicità e sulla depressione, innescando un circuito vizioso, inutile e distruttivo, ben riassunto nella famosa frase: “lavoriamo per avere soldi, per poter avere altri soldi che non ci appartengano, con cui comprare cose che non ci servono, per impressionare persone che non ci interessano”.
E chi ci governa ha cura di togliere l’amore da quasi tutto quello che facciamo, in particolare dal lavoro e dalle attività professionali, ma poi anche da tutte le altre manifestazioni della vita quotidiana.
La nostra società deve quindi basarsi sull’infelicità per poter andare avanti così come è.


4. Come reagire alla depressione.

La depressione è quindi tutto quello che abbiamo descritto fin qui.
Una reazione sana ad una società malata.
Una reazione della mente per evitare danni maggiori.
Ed è la logica conseguenza della sottrazione dell’amore dall’arte, dalla cultura, dal mondo lavorativo, dalla religione, e da ogni aspetto della società in cui viviamo.

Per reagire alla depressione non bisognerebbe agire sui sintomi, con i farmaci, o stimolandosi semplicemente a fare delle attività per tenersi occupati.
Sono necessarie invece varie fasi:
- conoscere la società in cui viviamo, conoscere i suoi meccanismi e i suoi fini;
- conoscere noi stessi, il funzionamento della nostra anima, della mente, e del fisico;
- iniziare a praticare tecniche per entrare in armonia con noi stessi e con il mondo.

Il fare sarà una conseguenza naturale di tutti questi passaggi; la persona, comprendendo se stesso e il mondo, e collocando adeguatamente se stesso nel mondo, inizierà a fare le cose, e a farle con amore. Cioè inizierà a vivere.

Si ha un bel cercare ogni causa biologica o medica ai mali dell’uomo: la vera causa è altrove, ed è nella perdita di significato della propria esistenza. Ritrovando il significato della propria esistenza e di quella altrui, si può tornare ad essere felici, disinnescando tra l’altro alla base il sistema di potere su cui si fonda il sistema creato dagli “Illuminati”.





16 commenti:

Anonimo ha detto...

Bell'articolo, niente male per un Luciferino.

Seth Ankh ha detto...

Questo post mi ha fatto venire in menti il finale della Montagna incantata, romanzo di Thomas Mann (tra l'altro notevole per i numerosi dibattiti tra un gesuita ed un massone). Il protagonista dell'opera passa 7 anni in un sanatorio, prigioniero di una finta malattia del corpo, ma in realtà schiavo di una inattività spirituale, simbolo della crisi borghese di quel periodo. Alla fine del libro decide di tornare alla vita, ma paradossalmente lo fa per andare in guerra (Prima guerra mondiale). L'autore sottolinea la catastrofe che ha sconvolto l'Europa e conclude così:

"Avventure della carne e dello spirito che hanno potenziato la tua semplicità, ti hanno permesso di superare nello spirito ciò che difficilmente potrai sopravvivere nella carne. Ci sono stati momenti in cui nei sogni che governavi sorse per te, dalla morte e dalla lussuria del corpo, un sogno d'amore. Chi sa se anche da questa mondiale sagra della morte, anche dalla febbre maligna che incendia tutt'intorno il cielo piovoso di questa sera, sorgerà un giorno l'amore?".

in cammino ha detto...

ciao Paolo ti consiglio per il tuo percorso di ricerca personale di aggiungere anche il diario di suor faustina: "guarda il cielo,vedi la luna e le stelle?quelle stelle sono le anime dei cristiani fedeli e la luna sono le anime degli appartenenti ad ordini religiosi.vedi che grande differenza di luce c'è tra la luna e le stelle;così in cieloc'è una grande differenza fra l anima di un religioso e quella di un cristiano fedele.La vera grandezza sta nell amare Dio e nell umiltà
per me la fede è lo spazio che concediamo a dio dentro di noi e quindi affermare sinceramente sia fatta non la mia ma la tua volontà..quale sia questa volontà lo devo ancora scoprire..ma mi sembra poco umile dire che il proprio modo di viver è eterno perchè rimarrà qualcosa dentro gli altri che ci hanno conosciuto.. una sola persona ha detto io son la via la verità la vita... , la sofferenza è l unica cosa da offrire al Signore in cambio di tutto ciò che ci dona (san Francesco d'Assisi dixit)
una persona che ha intrapreso un cammino di fede

Giorgio Andretta ha detto...

Come può un simpatizzante del buddhismo ricondurre tutto alla intelligenza e sensibilità e non considerare il livello spirituale ed evolutivo?
Non c'entra per niente la ruota dell'incarnazioni?
E la volontà del Dio (o comunque lo si voglia definire)?
Cristo stesso nella croce esclamò:"Non la Mia ma la Tua volontà sia fatta!".
Ad majora.

IleHado ha detto...

"Chi non sedette pieno di timore davanti al sipario del proprio cuore?".L'esperienza dello sconforto è inevitabile per tutti coloro che intraprendono questa via: anche GEsù ha passato un momento di profonda angoscia, come riferiscono i Vangeli("Abbà, Padre!Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice"). Si potrebbe obiettare che GEsù vive questo momento non all'inizio(come Dante nella Divina Commedia), bensì alla fine poco prima della morte. Ma anche in Dante questo avviene immediatamente prima della "morte" perchè l'entrata in Inferno corrisponde simbolicamente a una morte e avviene proprio nell'anniversario del venerdi santo. Torniamo a Dante che si trova nella selva oscura. Giunto ai piedi di un colle compie un gesto molto significativo: guarda in alto. Guardare in alto(o dall'alto->centro,inner being-così in alto come in basso)è proprio ciò che bisogna fare quando si pensa di essere senza via d'uscita. Vede allora la cima del colle illuminata dal sole e vorrebbe salire verso quella luce, ma tre bestie gli impediscono il passaggio. Ed ecco che appare una figura, Virgilio. Anche nella Bhagavad-Gita c'è una richiesta di aiuto e, l'accostamento forse può stupire, lo stesso avviene pure in un altro cammino iniziatico, quello del Flauto Magico di Mozart. Quando si alza il sipario si vede il protagonista, il principe Tamino, che fugge davanti a un drago esclamando "Aiuto aiuto!Altrimenti son perso" -da Le segrete cose, Dante tra induismo ed eresie medievali di Maria Soresina. Si è aperto il sipario care Lampadine, è giunta l'Ora di danzare all'Uni Sono...Siamo Stelle! Brilliamo! ;) Grazie Anime Belle, Ileana

IleHado ha detto...

"Chi non sedette pieno di timore davanti al sipario del proprio cuore?".L'esperienza dello sconforto è inevitabile per tutti coloro che intraprendono questa via: anche GEsù ha passato un momento di profonda angoscia, come riferiscono i Vangeli("Abbà, Padre!Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice"). Si potrebbe obiettare che GEsù vive questo momento non all'inizio(come Dante nella Divina Commedia), bensì alla fine poco prima della morte. Ma anche in Dante questo avviene immediatamente prima della "morte" perchè l'entrata in Inferno corrisponde simbolicamente a una morte e avviene proprio nell'anniversario del venerdi santo. Torniamo a Dante che si trova nella selva oscura. Giunto ai piedi di un colle compie un gesto molto significativo: guarda in alto. Guardare in alto(o dall'alto->centro,inner being-così in alto come in basso)è proprio ciò che bisogna fare quando si pensa di essere senza via d'uscita. Vede allora la cima del colle illuminata dal sole e vorrebbe salire verso quella luce, ma tre bestie gli impediscono il passaggio. Ed ecco che appare una figura, Virgilio. Anche nella Bhagavad-Gita c'è una richiesta di aiuto e, l'accostamento forse può stupire, lo stesso avviene pure in un altro cammino iniziatico, quello del Flauto Magico di Mozart. Quando si alza il sipario si vede il protagonista, il principe Tamino, che fugge davanti a un drago esclamando "Aiuto aiuto!Altrimenti son perso" -da Le segrete cose, Dante tra induismo ed eresie medievali di Maria Soresina. Si è aperto il sipario care Lampadine, è giunta l'Ora di danzare all'Uni Sono...Siamo Stelle! Brilliamo! ;) Grazie Anime Belle, Ileana

Maria AA ha detto...

Quis ut Deus - Michael
Ultimamente ho scoperto la storia di un angelo dimenticato, del Principe Supremo delle Armate Celesti. Mi sono recata in pellegrinaggio in una grotta del Gargano dove per la prima volta apparve per l'anniversario della sua apparizione. Non c'era quasi nessuno a ricordarlo. Ho pensato che hanno voluto cancellarne la memoria, come e' accaduto con Padre Gabriele Maria Berardi. Quel luogo mi ha dato una pace che non saprei spiegare. Sull'eremo di Padre Gabriele sorgera' un santuario in onore di questo Angelo degnissimo ed il suo urlo di battaglia segnera' lo scontro finale. Il nostro compito e' quello di riconoscere il Signore il Giusto per la seconda volta in mezzo a noi. Voi non mi crederete. L'Arcangelo e' sempre stato fra noi e splendera' piu' che mai nella luce divina di Colui che e'.

Anonimo ha detto...

"Perché la persona sia sana e veramente felice, però, non è sufficiente amare una persona o la propria famiglia. L’amore deve essere completo e totale, e comprendere l’amore per se stessi, per il proprio lavoro, per il proprio ambiente."

l'amore e' fuori dal nostro controllo, quindi non si ama un altro usando la volonta'.
l'amore lo si puo' solo seguire, e' la guida che Dio offre agli uomini per capire quali sono le cose da fare (ovvero le situazioni che l'Essere vuole sperimentare).

la depressione viene da un senso di incapacita' (ci si muove ma non entra amore), ovvero dal non capire se' stesso che significa non capire che bisogna fare sempre e solo quello che si Sente di fare.

la vita e' un mistero e l'Essere e personale, quindi le soluzioni sono personalizzate e non arrivano mai dal di fuori. anche quando sembra cosi' (per esempio con la meditazione) e' solo un'illusione, in vero e' l'Essere che voleva esattamente quella esperienza (la meditazione) la quale quindi gli ha portato amore.

non si ama, si prova amore quando si sperimenta una situazione, fintanto CHI dispensa l'amore continua a farlo, quando l'Essere ha sperimentato a sufficienza ecco che la stessa esperienza non fa piu' entrare amore e bisogna passare ad altro.
quest'altro e' esattamente cio' che nel momento in cui lo pensiamo, prima di sperimentarlo, ci porta amore. e' un attimo ma quell che basta per farci capire la giusta via.

idem

Anonimo ha detto...

Grazie,

Lucas

Anonimo ha detto...

Luciferino? Cosa vuoi dire?

Anonimo ha detto...

Complimenti Paolo articolo veramente meraviglioso.

F. ha detto...

Bellissimo articolo.
Pienamente d'accordo con quel che dici, ampiamente lontana dal comprendere i mezzi che conducono alla felicità.
Faccio mille attività, pur di non dovermi fermare a guardarmi dentro. La desolazione è tale da scoraggiare la vista, o tale immagino sia.
Per adesso è vuoto.
@Seth Ankh, grandissima citazione.

Anonimo ha detto...

Caro Paolo, complimenti per l'articolo. Mi associo a quanto detto più su, sul fatto che il tuo blog, unito a ciò che ho sempre sentito, mi abbia aiutato negli anni a capire di più dove sono finito. E ti ringrazio per questo.
Lascio il mio commento personale dicendo che ciò che hai scritto esprime il tuo punto di vista personale, ma non vorrei che generalizzando certe questioni alcune persone potrebbero confondersi.
Mi spiego: lavorare, guadagnare dei soldi per vivere e mantenersi è un bisogno normale. Come avere una famiglia, dei figli. Può essere un bisogno normale per tante persone, forse non per te.
Ci sono molte persone che vivono la propria spiritualità anche all'interno dei contesti lavorativi e familiari. Neanch'io credo che il denaro debba essere un fine, ma un mezzo.
Poniamo che io abbia un lavoro ben remunerato, il che mi permette di avere una certa tranquillità, che questo mi dia più sicurezza e mi distolga dai pensieri negativi della povertà e della sopravvivenza.
Allora il denaro non sarà una sudicia cosa figlia del materialismo, ma un bene, che mi permette di sviluppare la mia vita in maniera migliore. Che mi permette anche di poter vivere con più serenità, fuori dal contesto della povertà. La povertà non è un valore a mio modo di vedere. Ma rende le persone più deboli, più insicure.
Tutto sta nell'equilibrio della propria sfera, e anche se dovessi fare un lavoro che non amo, che non è la mia passione, ma mi servisse per coltivare le mie passioni e ciò che amo, non sarebbe sbagliato per principio, per me.
Magari mi potrebbe dare la possibilità di poter investire un giorno in una mia passione, in un mio desiderio.
Vedi del male in questo? Se si, spiegami il perché. Mi considereresti uno 'schiavo del sistema'?
Ho passato molti anni della mia vita in una sorta di depressione, e ora non credo ancora che le cose siano totalmente risolte. Ma coltivando la spiritualità, meditando, studiando e leggendo ho potuto evolvermi come persona.
E' giusto dire che le più grandi conquiste non si ottengono per mezzo del denaro, ma attraverso lo studio del proprio essere, ma non è altrettanto giusto passare il messaggio che se una persona è depressa questo è perché gli viene imposta una vita che non vuole, fatta di routine lavoro e accumulo di soldi, attaccamento materiale e meccanico.
Una persona a mio avviso è depressa perché non ha ancora sciolto i vincoli meccanici che la legano a queste cose, come a molte altre, ma una volta sciolti, il lavoro e i soldi e tutto il resto saranno percepiti in maniera nuova, senza essere fonte di sofferenza. Io sto iniziando a vederla così.
Sono d'accordo quindi, su molto, quasi tutto ciò che hai scritto ma credo che certe cose vadano approfondite evitando generalizzazioni che possano confondere. Ben consapevole che lo spazio per un post in un blog sia limitato e che non sia facile essere efficaci al massimo in poche righe. Non lo sarò stato neanche io, in queste poche righe, ma spero tu possa intuire le mie riserve su certi argomenti.
E' un invito quindi, ad approfondire sempre più e sempre meglio, per il bene del mondo.

FD

Giorgio Andretta ha detto...

Le sue riflessioni lasciano trasparire la sua sconoscenza dell'antropocrazia, egr.FD, ed il relativo reddito di cittadinanza universale. Qualora questa fosse adottata dallo stato italiano le sue necessità si azzererebbero.
Tanto le dovevo.

chiara ha detto...

Mi rispecchio molto in questo articolo, anche io ho sofferto e sto soffrendo per problemi familiari
per problemi lavorativi
perchè la mia ragazza mi ha lasciato e, cercando in rete mi sono imbattuto in un video che propone di alleviare la mia sofferenza. Grazie a questo video a poco a poco sto cominciando a eliminare le cause del mio disagio. Per questo motivo vi consiglio questo video sulla sofferenza (http://www.aspeera.it/promo/sto-soffrendo/video_omaggio.html)

Anonimo ha detto...

Io penso che é giusto soffrire se soffri é perche ami e sei vivo.la felicita non é niente senza la sofferenza la vita è piu facile di quello che pensiamo in fondo per vivere serve mangiare dormire come fanno gli animali la colpa é la societa..che ti impone di fare di compiere obbiettivi in tempo come uno schema.il trucco sta nel non ascoltare nessuno solo se stessi non ce il giusto o lo sbagliato ogni persona ha il suo..tutto dipende solo da te pero non farti ingannare da nessuno ascolta te stesso e se non hai voglia. di fare un cazzo non farlo senza sentiri in colpa..sono periodi che passano come le stagioni immergiti nella merda senti il suo sapore conoscila se la conosci sai come é e li potrai scegliere.non guardare gli altri come stanno guarda te stesso..se stai bene stanno bene tutti..la depressione ti fa crescere cambiare senza paura infondo cosa perdi se stai male se peggio di cosi non si puo..questo é cominciare a vivere.