domenica 30 marzo 2008

I POTERI OCCULTI PREMONO SUI MAGISTRATI.



Intervista al pm della Dda di Palermo Antonio Ingroia,
pubblicata sul quotidiano la Stampa il 21 marzo 2008
di Antonio Massari
da http://toghe.blogspot.com/

Dottor Ingroia, cosa rappresenta, per lei, il caso De Magistris?
«Il caso in cui, nella maniera più emblematica, si sono evidenziati i guasti della riforma Mastella dell’ordinamento giudiziario».
Si riferisce alla richiesta di trasferimento?
«Non solo. Ha contribuito a incrementare un clima “pesante” attorno all’azione della magistratura, creando condizioni ostili all’autonomia e indipendenza della magistratura. Il provvedimento di avocazione, che ha tolto l’indagine al collega De Magistris, è un provvedimento che in altri tempi avrebbe incontrato ben altre resistenze e critiche. Evidentemente, i tempi sono cambiati».
Qual è la sua analisi in merito?
«Definirei il caso De Magistris come una vicenda emblematica di quel che accade quando un magistrato si ritrova, isolato e sovraesposto, a gestire un’indagine estremamente complessa e delicata su un grumo di intrecci, di interessi leciti e illeciti, riferibili a soggetti e ambienti diversificati, sul crinale dove s’incontrano i versanti criminali con i versanti politici e istituzionali. Come spesso accade nei territori dove operano sistemi criminali integrati. E mi riferisco, ovviamente, ai sistemi criminali riferibili alla mafia in Sicilia e alla ’ndrangheta in Calabria».
Come giudica la posizione dell’Anm rispetto al caso De Magistris?
«Timida e inadeguata. In generale, soprattutto preoccupata di far apparire il governo Prodi meno ostile nei confronti dell’autonomia e indipendenza della magistratura del governo Berlusconi».
Che mi dice dei «poteri occulti»? Influenzano la nostra democrazia?
«Purtroppo sì. Il connubio tra poteri occulti e mafia è il famoso “gioco grande”
sul quale stava lavorando Giovanni Falcone. E sul quale probabilmente è morto: e i veri mandanti della strage di Capaci, in fondo, non sono mai stati trovati».
Può spiegarmi meglio cosa intende per poteri occulti?
«Intendo - genericamente - quell’intreccio fra poteri criminali, come il potere delle grandi organizzazioni criminali mafiose, e altri poteri. Intreccio che molte indagini degli anni passati, in Sicilia ma anche in Calabria, hanno messo in luce, per esempio, tra le mafie e spezzoni della massoneria, così come con settori della destra eversiva o di ambienti politico-istituzionali, compresi appartenenti ad apparati dello Stato deviati».
Quanto incidono nella magistratura?
«Non è facile rispondere. In passato, ai tempi di Falcone e Borsellino, la magistratura, soprattutto i suoi vertici, era spesso fortemente condizionata dai poteri occulti. Negli ultimi anni si sono fatti grossi passi avanti anche per la maggiore autonomia e indipendenza che la magistratura ha conquistato. Ecco perché è importante difendere lo status di autonomia e indipendenza della magistratura. Se si fanno passi indietro su questo fronte, rischiamo di ripiombare nel passato più buio della nostra democrazia (...)».
Su questi argomenti, che paiono in qualche modo pressanti, è stata mai aperta una discussione all’interno dell’Anm?
«L’Anm attraversa una grave crisi di rappresentanza, che è poi la stessa crisi della politica, la stessa sensazione di scollamento fra rappresentati e rappresentanti. Il dibattito interno all’Anm su questo punto è aperto e la parte più sensibile a questo problema lo ha avviato con interventi interni e pubblici. Ma l’Anm è ancora ben lontana dall’avere superato questa crisi».
Quanto è credibile l’ipotesi che i «poteri occulti», secondo lei, abbiano agito, indirizzando la vicenda De Magistris?
«L’indagine di De Magistris, per quanto abbiamo potuto apprendere, andava ben al di là di ciò che è divenuto più noto. Ben oltre quindi le intercettazioni di Mastella o l’iscrizione di Prodi nel registro degli indagati. Penso che il cuore dell’indagine fosse proprio l’intreccio tra poteri criminali e altri poteri sul territorio. Credo che il suo caso non possa essere affrontato se non si tiene conto della realtà in cui De Magistris, spesso in solitudine istituzionale, ha operato. (...) E’ certo, però, che De Magistris s’è messo contro certi poteri, ed è altrettanto certo che la reazione nei suoi confronti è stata forte...».
Una delle accuse, per De Magistris, è stata quella di aver parlato in tv. Lei che ne pensa? Purché non entrino nel merito delle indagini, i magistrati possono parlare?
«Prendiamo, per esempio, il rapporto tra Paolo Borsellino e la stampa: appartiene alla storia del nostro Paese. (...) Ricordo un’intervista storica: volle lanciare l’allarme sul calo di tensione nella lotta alla mafia. (...) Sono passati tanti anni. E credo sia stato conquistato il diritto, da parte della magistratura, d’intervenire. Fermo restando il riserbo sul contenuto delle indagini».

Parliamo dell’avocazione di Why Not a De Magistris.
«De Magistris la definisce illegittima, io la definisco impensabile. (...) La mia sensazione è che noi ci siamo trovati in una situazione in cui l’autonomia e l’indipendenza, interna ed esterna, è arrivata a un punto di rottura. Davvero siamo in un momento di crisi dello Stato di diritto».

mercoledì 26 marzo 2008

Mussolini e la massoneria

Stemma della Repubblica Sociale Italiana
Rito Simbolico Italiano



Stefania Nicoletti




Il rapporto fra fascismo e massoneria è a dir poco ambiguo e, al di là dei proclami propagandistici di Mussolini, fu tutt’altro che conflittuale, a cominciare dal finanziamento offerto da alcune logge milanesi alle squadre fasciste che si apprestavano a marciare su Roma[i]. Il programma del movimento, per la parte sociale, si poneva il piano della massonica “democrazia del lavoro” e fu elaborato dal “fratello” Alceste De Ambris[ii]. Impossibile elencare qui tutti i fascisti massoni: sono davvero troppi, anche tra gli stessi fondatori dei Fasci di Combattimento nel 1919. Tra i più noti: Italo Balbo, Dino Grandi, Roberto Farinacci, Michele Bianchi, Emilio De Bono, Giacomo Acerbo, Achille Starace. E Licio Gelli, la cui ascesa iniziò proprio in seno al regime fascista[iii]. Nel dopoguerra, nel carcere romano di Regina Cœli, il futuro fondatore della Loggia P2, che mai rinnegò il suo profondo credo fascista, condivise la cella e strinse amicizia con il principe Junio Valerio Borghese[iv], l’autore del futuro tentato golpe del ’70.

La Massoneria di Piazza del Gesù (Gran Loggia Nazionale d’Italia, di rito scozzese, separatasi dal Grande Oriente nel 1908), guidata in quegli anni da Raoul Vittorio Palermi, appoggiò l’ascesa del fascismo. Ma anche l’allora Gran Maestro del GOI Domizio Torrigiani augurò il successo al governo di Mussolini dopo la Marcia su Roma. In seguito, Palermi continuò ad appoggiare il fascismo, arrivando a conferire a Mussolini la sciarpa e il brevetto di 33esimo grado[v]. Palermi figurò anche tra gli informatori dell’OVRA[vi], la polizia politica fascista. Torrigiani invece se ne discostò, pur continuando a mantenere presenze massoniche del GOI nei gangli finanziari dello Stato[vii] (emblematico il caso del massone Beneduce a capo dell’IRI).

Se è vero ciò che diceva Antonio Gramsci, che la Massoneria fu il vero e autentico partito della borghesia italiana[viii], non si fa fatica a capire come mai appoggiò l’ascesa al potere del fascismo. Il movimento di Mussolini, infatti, si presentava sia come anticapitalista (pur ricevendo finanziamenti dai più grandi gruppi industriali e bancari esteri, soprattutto francesi, inglesi e americani; ma, si sa, pecunia non olet), sia come antibolscevico, anticomunista e antiproletario. Mussolini, nei suoi discorsi demagogici, attaccava sia i grandi industriali sia i proletari. Si presentava quindi come il difensore della piccola e media borghesia, che fu infatti il maggiore sostenitore del fascismo, vedendo in pericolo i propri interessi economici dopo l’occupazione delle fabbriche nel cosiddetto “biennio rosso”. Si unirono così gli industriali del Nord e i latifondisti del Sud, che minacciati dalle lotte degli operai e dei braccianti, trovarono nel fascismo un naturale alleato. Nel blocco confluirono elementi dell’esercito e della burocrazia: quindi una parte non indifferente della base massonica italiana.

Nel febbraio del 1923, Mussolini dette però il via a una campagna antimassonica, impartendo agli iscritti del Partito Fascista la direttiva di sciogliere ogni vincolo con le logge. Nel 1925 presentò una legge contro le associazioni segrete, la cosiddetta “Legge contro la massoneria”, che in realtà non cita mai esplicitamente la massoneria, ma parla solo di “associazioni segrete ed operanti anche solo in parte in modo clandestino od occulto e i cui soci sono comunque vincolati da segreto”. Infatti Antonio Gramsci, che in quell’occasione tenne il suo unico discorso alla Camera, ebbe a dire: «La realtà dunque è che la legge contro la massoneria non è prevalentemente contro la massoneria; coi massoni il fascismo arriverà facilmente ad un compromesso. […] Poiché la massoneria passerà in massa al Partito Fascista e ne costituirà una tendenza.»[ix]

Nel discorso alla Camera del 16 maggio 1925, Mussolini affermava che la società italiana era dominata da un manipolo di uomini mediocri, divenuti potenti solo perché massoni[x]. Ma in un’intervista tessé le lodi della massoneria tedesca, inglese e americana[xi]. Tre giorni dopo la legge fu approvata dalla Camera, con 289 sì e solo 4 no. Fra gli assenti al voto, i massoni Aldo Finzi e Dino Grandi. Lo stesso Dino Grandi che il 25 luglio 1943, spinto dai massoni americani (che ebbero un ruolo fondamentale nello sbarco degli Alleati in Sicilia), orchestrò la caduta di Mussolini presentando l’ordine del giorno che lo sfiduciò.

E, a proposito di Gran Consiglio del Fascismo, c’è da sottolineare che i quattro quinti del Gran Consiglio che dichiarò fuori legge la massoneria erano formati da massoni[xii]. Mussolini sembrava irriducibile nei confronti della libera muratoria: era uno dei pochi socialisti a non aver indossato il grembiulino. Tuttavia affidava i destini finanziari e industriali del Paese a figure come Alberto Beneduce (suocero di Enrico Cuccia), socialista e massone, che il Duce scelse per creare l’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, e in seguito per riorganizzare la Banca d’Italia.

Dopo la legge del ’25, oltre ai massoni apertamente antifascisti, ci fu anche chi scelse la via della moderazione e del tiepidismo, rinunciando a esprimere qualsiasi forma di dissenso: così facendo, alcuni massoni continuarono a godere nella società italiana di posizioni anche altamente prestigiose. Questo è il caso, per esempio, oltre che del già citato Beneduce, anche del favorito di Giovanni Agnelli: Vittorio Valletta, direttore generale e amministratore delegato della Fiat dal 1929 al 1946, quando ne divenne presidente.

Ma se il Duce, almeno a parole e negli atti pubblici e ufficiali, si scagliava contro la massoneria, non fu così duro nei confronti dei Rosa Croce. Una figura chiave nei rapporti tra Rosa Croce e Mussolini fu Giuseppe Cambareri. Teosofo, rosacruciano ed esoterista, si presentò quale antimassone, giacché i massoni erano ormai troppo invischiati nella politica e quindi contro-iniziati. Fu lui a proporre a Mussolini di utilizzare la “Fraternitas Rosicruciana Antiqua” quale strumento per attenuare l’isolamento dell’Italia, o quantomeno aggirare l’ostacolo delle sanzioni economiche deliberate dalla massonica Società delle Nazioni dopo l’aggressione italiana all’Etiopia[xiii]. L’Italia era accusata di aver bombardato obiettivi civili, di aver fatto uso di gas asfissianti e di aver colpito bersagli protetti dalla (massonica) Croce Rossa. Il tentativo andò avanti per alcuni anni, almeno fino al 1938. Il 5 marzo 1937 Mussolini ricevette a Palazzo Venezia 120 rosacroce statunitensi dell’AMORC di Harvey Spencer Lewis[xiv]. Attraverso la mediazione e l’attivismo di Cambareri molti antichi massoni tornarono a ronzare attorno ai poteri forti. Un percorso culminato nella massonica Conferenza di Monaco.

Uno sguardo all’estero: il regime fascista di Mussolini fu sostenuto dagli anglo-americani fino a quando l’Italia entrò in guerra a fianco di Hitler (anch’egli finanziato da capitali esteri). Essere sostenuto dagli anglo-americani significa sostanzialmente essere sostenuto dalla massoneria anglo-americana, che è il vero governo-ombra. Solo per fare alcuni esempi: si sa già tutto sull’ “intensa simpatia” che il massone Winston Churchill nutriva nei confronti di Mussolini. Inoltre l’ambasciatore americano in Italia, William Philips, disse che Mussolini aveva “portato ordine dove c’era il caos”[xv]. Frase non casuale, dato che ricalca il motto massonico “ordo ab chao” (=“ordine dal caos”).

Infine, i simboli. Fondamentali per capire sia la massoneria che il fascismo. Solo per fare un esempio, il sigillo del Rito Simbolico Italiano (formatosi ufficialmente a Milano nel 1876), oltre a contenere i soliti simboli massonici (stella, squadra, compasso), è costituito da un aquila che sovrasta un fascio littorio ( http://www.ritosimbolico.net/attivita/attivita_017.gif ). Molto simile allo stemma della Repubblica Romana del 1848-49, e identico all’aquila con il fascio littorio che si trova al centro della bandiera della Repubblica Sociale Italiana ( http://www.ilduce.net/foto%20gadgets/tricolore.jpg ), lo Stato fantoccio creato dai nazisti e da Mussolini a Salò, all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943. Un caso? Tra l’altro: “Rito Simbolico Italiano”=RSI. “Repubblica Sociale Italiana”=RSI. Ma questa sarà sicuramente una coincidenza…









Per approfondire, consiglio:
- Gianfranco de Turris (a cura di), Esoterismo e fascismo. Storia, interpretazioni, documenti, Edizioni Mediterranee, Roma, 2006
- Michele Terzaghi, Fascismo e massoneria, Arktos, Milano, 2000
- Gianni Vannoni, Massoneria, fascismo e Chiesa cattolica, Laterza, Roma-Bari, 1980

Oltre ai fondamentali:
- Antonella Randazzo, Dittature. La storia occulta, Il Nuovo Mondo Edizioni, Padova, 2006
- Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, BUR-Rizzoli, Milano, 2007
[i] Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, BUR-Rizzoli, Milano, 2007, p. 328
[ii] Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, BUR-Rizzoli, Milano, 2007, p. 329
[iii] Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, BUR-Rizzoli, Milano, 2007, pp. 110-114
[iv] Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, BUR-Rizzoli, Milano, 2007, p. 114
[v] Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, BUR-Rizzoli, Milano, 2007, p. 328
[vi] Aldo Alessandro Mola, Massoni e “rosacruciani”… a regime, in Gianfranco de Turris (a cura di), Esoterismo e fascismo. Storia, interpretazioni, documenti, Edizioni Mediterranee, 2006, p. 44
[vii] Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, BUR-Rizzoli, Milano, 2007, p. 327
[viii] Antonio Gramsci, Scritti politici, L’Unità-Editori Riuniti, Roma, 1967
[ix] Antonio Gramsci, Contro la legge sulle associazioni segrete, Manifestolibri, Roma, 1997
[x] Benito Mussolini, Scritti e discorsi, La Fenice, Firenze, 1983
[xi] Aldo Alessandro Mola, La legge contro la massoneria, in Gianfranco de Turris (a cura di), Esoterismo e fascismo. Storia, interpretazioni, documenti, Edizioni Mediterranee, 2006, p. 39
[xii] Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, BUR-Rizzoli, Milano, 2007, p. 326
[xiii] Aldo Alessandro Mola, Massoni e “rosacruciani”… a regime, in Gianfranco de Turris (a cura di), Esoterismo e fascismo. Storia, interpretazioni, documenti, Edizioni Mediterranee, 2006, p. 46
[xiv] Aldo Alessandro Mola, Massoni e “rosacruciani”… a regime, in Gianfranco de Turris (a cura di), Esoterismo e fascismo. Storia, interpretazioni, documenti, Edizioni Mediterranee, 2006, p. 46
[xv] Noam Chomsky, Egemonia o sopravvivenza. I rischi del dominio globale americano, Marco Tropea Editore, Milano, 2005, p.75; cit. in Antonella Randazzo, Dittature. La storia occulta, Il Nuovo Mondo Edizioni, Padova, 2006, p. 247

venerdì 21 marzo 2008

Petizione politica

In collaborazione con i siti Comedonchisciotte e disinformazione
Le vicende di questi ultimi anni, le informazioni che, specie grazie ad internet, è stato possibile reperire sul sistema in cui viviamo, hanno portato alla luce l’influenza fortissima che la massoneria ha sulla politica. E’ stato possibile capire che spesso, l’immobilismo dei partiti nel cercare soluzioni a problemi in fondo abbastanza semplici, l’assoluta paralisi della giustizia nella ricerca della verità per i casi giudiziari più complessi (Ustica, Moby Prince, Moro, ad esempio, ma tutte le stragi in genere) dipendono dalla rete di collusioni massoniche. La massoneria, in altre parole, costituisce una sorta di stato nello stato e le principali decisioni per la vita politica del paese vengono prese a livello massonico, con accordi anche trasversali tra maggioranza e opposizione. Eppure nelle TV, e nei principali giornali, il problema non viene mai dibattuto, se non per qualche sporadico accenno alla P2. A nostro parere ciò dipende da una precisa volontà politica di non far conoscere i reali termini della questione, affinchè il cittadino rimanga all’oscuro di quali sono i reali centri di decisione politica (in Italia ma anche all’estero). Gli elettori più informati però, avranno capito, seguendo dapprima la vicenda P2, poi le vicende dell’inchiesta Cordova, nonché quelle del centro Scontrino di Trapani e quella recente di De Magistris e della Forleo, che è sempre più irrinunciabile che si affronti ad ogni livello, politico, informativo, giudiziario, il problema della massoneria e dei suoi riflessi sulla politica. Se fino a qualche decennio fa il problema della massoneria non era conosciuto né conoscibile, grazie al silenzio colpevole dei mezzi di informazione, oggi grazie a internet l’interesse per questa tematica si è diffuso, e se ne è potuta comprendere l’importanza e la vastità. Non è quindi più possibile tacere il problema e far finta di niente. Per questo motivo anche il silenzio a fronte di questi problemi diventa un’ammissione di colpevolezza. Esigenze di chiarezza e trasparenza impongono che ogni candidato, e ogni politico, dichiari espressamente cosa pensa dei rapporti tra politica e massoneria, anche solo per dire che non lo ritiene un problema. Ogni elettore trarrà le dovute conclusioni dalla risposta, anche se questa consisterà in una mancata risposta. Abbiamo infatti scritto una lettera di petizione (che trovate qui sotto) pubblicata su petitiononline.com a questo link per raccogliere le firme di voi lettori di Comedonchisciotte, Disinformazione e del blog di Paolo Franceschetti. Quando avremo raccolto un buon numero di firme la invieremo “ufficialmente” ai vari movimenti politici e ai candidati premier delle prossime elezioni per poi pubblicare le risposte che riceveremo. Nel frattempo incoraggiamo tutti a diffondere la petizione tra amici e conoscenti, ma anche a inviarla personalmente ai candidati e/o partiti ai quali sono maggiormente interessati e, naturalmente, metterci al corrente di eventuali risposte. Potete contattarci semplicemente mandando una mail all’indirizzo: petizionemassoneria@yahoo.it
Gentili candidati,con la presente petizione chiediamo, per questa campagna elettorale, una corretta informazione su alcuni temi che molte persone ritengono di grande rilevanza al momento di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento e al Governo del paese. In particolare i firmatari dell' appello chiedono: 1) che il partito da voi rappresentato dichiari se i propri candidati al Parlamento della Repubblica siano o no iscritti, in una qualunque forma, a una qualche Loggia di tipo Massonico o di ispirazione massonica. 2) Chiediamo, soprattutto, con forza, che il candidato premier del vostro partito o schieramento dichiari pubblicamente e senza fraintendimenti se appartiene o meno, in qualsivoglia forma, ad associazioni di ispirazione massonica. 3) Chiediamo infine che dichiariate se ritenete importante o meno sollevare la questione del rapporto tra politica e massoneria. Tali informazioni riguardano la vita pubblica e politica dei candidati e numerose vicende del recente passato di questa nazione, e costituiscono quindi un criterio legittimo su cui i cittadini possono voler valutare se esprimere o no un voto per un partito o un candidato premier. Attendiamo con fiducia un vostro responso e porgiamo distinti saluti, I firmatari

mercoledì 19 marzo 2008

L'omicidio massonico. Tutti lo vedono tranne gli inquirenti.



L’omicidio massonico. Tutti lo vedono, tranne gli inquirenti.

Gli omicidi commessi dalla massoneria seguono tutti un preciso rituale e sono – per così dire - firmati.
Dal momento che le associazioni massoniche sono anche associazioni esoteriche, in ogni omicidio si ritrovano le simbologie esoteriche proprie dell’associazione che l’ha commesso; simbologie che possono consistere in simboli sparsi sulla scena del delitto, o nella modalità dell’omicidio, o nella data di esso.
Questo articolo è però necessariamente incompleto, nel senso che sono riuscito a capire la motivazione e la tecnica sottesa ad alcuni delitti solo per caso, con l’aiuto di alcuni amici, giornalisti, magistrati o semplici appassionati di esoterismo. Ma devo ancora capire molte cose. La mia intenzione è di fornire però uno spunto di approfondimento a chi vorrà farlo.

Evitiamo di ripercorrere i principali omicidi, perché ne abbiamo accennato nei nostri precedenti articoli (specialmente ne“Il testimone è servito” e in quello sul mostro di Firenze).
Facciamo invece delle considerazioni di ordine generale.

I miei dubbi sul fatto che ogni omicidio nasconda una firma e una ritualità nacquero quando mi accorsi di una caratteristica che immediatamente balza agli occhi di qualsiasi osservatore: tutte le persone che vengono trovate impiccate si impiccano “in ginocchio”, ovverosia con una modalità compatibile con un suicidio solo in linea teorica; in pratica infatti, è la statistica che mi porta ad escludere che tutti si possano essere suicidati con le ginocchia per terra, in quanto si tratta di una modalità molto difficile da realizzare effettivamente.
Così come è la statistica a dirci che gli incidenti in cui sono capitati i testimoni di Ustica non sono casuali; ben 4 testimoni moriranno in un incidente aereo, ad esempio, il che è numericamente impossibile se raffrontiamo questo numero morti con quello medio delle statistiche di questo settore.

L’altra cosa che mi apparve subito evidente fu la spettacolarità di alcune morti che suscitavano in me alcune domande.
Perché far precipitare un aereo, anziché provocare un semplice malore (cosa che con le sostanze che esistono oggi, nonché con i mezzi e le conoscenze dei nostri moderni servizi segreti, è un gioco da ragazzi)?
Perché “suicidare” le persone mettendole in ginocchio, rendendo così evidente a chiunque che si tratta di un omicidio? (a chiunque tranne agli inquirenti, sempre pronti ad archiviare come suicidi anche i casi più eclatanti)
Perché nei delitti del Mostro di Firenze una testimone muore con una coltellata sul pube? (anche questo caso archiviato come “suicidio”). Perché una modalità così afferrata, ma anche così plateale, tanto da far capire a chiunque il collegamento con la vicenda del mostro?
Perché firmare i delitti con una rosa rossa, come nel caso dell’omicidio Pantani, in modo da rendere palese a tutti che quell’omicidio porta la firma di questa associazione? Ricordiamo infatti che Pantani morì all’hotel Le Rose e che accanto al suo letto venne trovata una poesia apparentemente senza senso che diceva: “Colori, uno su tutti rosa arancio come contenta, le rose sono rosa e la rosa rossa è la più contata”. Ricordiamo anche che Pantani ebbe un incidente (per il quale fece causa alla città di Torino) proprio nella salita di Superga, ovverosia la salita dove sorge la famosa cattedrale che fu eretta nel 1717, data in cui la massoneria moderna ebbe il suo inizio ufficiale. Se questi particolari non dicono nulla ad un osservatore qualsiasi, per un esperto di esoterismo dicono tutto. Tra l’altro la collina di Superga è quella ove si schiantò l’aereo del Torino Calcio, ove morì un’intera squadra di calcio con tutto il personale al seguito. Altra coincidenza inquietante, a cui pare che gli investigatori non abbiano mai fatto caso.
Perché far morire due testimoni di Ustica in un incidente come quello delle frecce tricolori a Ramstein, in Germania, destando l’attenzione di tutto il mondo?

La domanda mi venne ancora più forte il giorno in cui con la mia collega Solange abbiamo avuto un incidente di moto. Con due moto diverse, a me è partito lo sterzo e sono finito fuori strada; mi sono salvato per un miracolo, in quanto l’incidente è capitato nel momento in cui stavo rallentando per fermarmi e rispondere al telefono; Solange, che fortunatamente è stata avvertita in tempo da me, ha potuto fermarsi prima che perdesse la ruota posteriore.
Ora, è ovvio che un simile incidente – se fossimo morti - avrebbe provocato più di qualche dubbio. Magari a qualcuno sarebbe tornato in mente il caso dei due fidanzati morti in un incidente analogo qualche anno fa: Simona Acciai e Mauro Manucci. I due fidanzati morirono infatti in due incidenti (lui in moto, lei in auto) contemporanei a Forlì. Nel caso nostro, due amici e colleghi di lavoro morti nello stesso modo avrebbero insospettito più di una persona e sarebbero stati un bel segnale per chi è in grado di capire: sono stati puniti.

Per un po’ di tempo pensai che queste modalità servivano per dare un messaggio agli inquirenti: firmando il delitto tutti quelli che indagano, se appartenenti all’organizzazione, si accorgono subito che non devono procedere oltre.
Inoltre ho pensato ci fosse anche un altro motivo. Lanciare un messaggio forte e chiaro di questo tipo: inutile che facciate denunce, tanto possiamo fare quello che vogliamo, e nessuno indagherà mai realmente.

Senz’altro queste due motivazioni ci sono.
Ma ero convinto che ci fosse anche dell’altro, specie nei casi in cui la firma è meno evidente.

La risposta mi è arrivata un po’ più chiara quando ho scoperto che Dante era un Rosacroce (dico “scoperto” perché non sono e non sono mai stato un appassionato di esoterismo).
Ora la massoneria più potente non è quella del GOI, ma è costituita dai Templari, dai Rosacroce e dai Cavalieri di Malta.
E allora ecco qui la spiegazione dell’enigma: la regola del contrappasso.

Nell’ottica dei Rosacroce, chi arriva al massimo grado di questa organizzazione, ha raggiunto la purezza della Rosa.
Nella loro ottica denunciare uno di loro, o perseguirlo, è un peccato.
E il peccato deve essere punito applicando la regola del contrappasso.
Quindi: volevi testimoniare in una vicenda riguardante un aereo caduto? Morirai in un incidente aereo.
Volevi testimoniare in un processo contro il Mostro di Firenze? Morirai con l’asportazione del pube, cioè la stessa tecnica usata dal Mostro sulle vittime.
La regola del contrappasso è evidente anche ad un profano nel caso di Luciano Petrini, il consulente informatico che stava facendo una consulenza sull’omicidio di Ferraro, il testimone di Ustica trovato “impiccato” al portasciugamani del bagno. Petrini morirà infatti colpito ripetutamente da un portasciugamani.
Nel mio caso e quello della mia collega il “peccato” consiste invece nell’aver denunciato determinate persone appartenenti alla massoneria (in particolare quella dei Rosacroce). Per colmo di sventura poi andai a fare l’esposto proprio da un magistrato appartenente all’organizzazione (cosa che ovviamente ho scoperto solo dopo gli incidenti, decriptando la lettera che costui mi inviò successivamente). Che è come andare a casa di Provenzano per denunciare Riina.
Nel caso di Fabio Piselli, invece, il perito del Moby Prince che doveva testimoniare riguardo alla vicenda dell’incendio capitato al traghetto, costui è stato stordito e messo in un’auto a cui hanno dato fuoco, forse perché il rogo dell’auto simboleggiava il rogo della nave.

Talvolta invece il simbolismo è più difficile da decodificare e si trova nelle date, o in collegamenti ancora più arditi, siano essi in casi eclatanti, o in banali fatti di cronaca.
Nel caso del giudice Carlo Palermo che il 02 aprile del 1985 tentarono di uccidere con un’autobomba a Pizzolungo (Trapani)[1]. Il giudice Palermo era stato titolare di un’ampia indagine sul traffico di armi ed aveva indagato sulla fornitura di armi italiane all’Argentina durante la guerra per le isole Falkland, guerra scoppiata proprio il 02 aprile 1982 con l’invasione inglese delle isole. L’autobomba scoppiò quindi nella stessa data, e tre anni dopo (tre è un numero particolarmente simbolico).
Ed ancora per quanto riguarda l’omicidio di Roberto Calvi. Come ricorda il giudice Carlo Palermo: “Nella inchiesta della magistratura di Trento un teste (Arrigo Molinari, iscritto alla P2), dichiarò che Calvi – attraverso le consociate latino-americane del Banco Ambrosiano – aveva finanziato l’acquisto, da parte dell’Argentina, dei missili Exocet e in definitiva l’intera operazione delle isole Falkland”[2]. I primi missili Exocet affondarono due navi inglesi (la Hms Sheffield e Atlantic Conveyor). Il 18 giugno 1982 Roberto Calvi fu trovato morto impiccato a Londra sotto il ponte dei frati neri (nome di una loggia massonica inglese). Inoltre il ponte era dipinto di bianco ed azzurro che sono i colori della bandiera argentina.

Nel caso del delitto Moro la scena del delitto è intrisa di simbologie, dal fatto che sia stato trovato a via Caetani (e Papa Caetani era Papa Bonifacio VIII, che simpatizzava per i Templari e a cui mossero le stesse accuse rivolte a quest’ordine) alla data del ritrovamento, al fatto che sia stato trovato proprio in una Renault 4 Rossa. Se Renault Rossa sta per Rosa Rossa, la cifra 4 farebbe riferimento al quatre de chiffre (ma forse anche al numero di lettere della parola “rosa”).

Il mio articolo termina qui.
Non voglio approfondire per vari motivi.
In primo luogo perché non sono un appassionato di esoterismo e scendere ancora più a fondo richiederebbe uno studio approfondito e molto tempo a disposizione, che io non ho.
Il mio articolo è dettato invece dalla voglia di indurre il lettore ad approfondire.
E dalla voglia di dire a chiunque che molti misteri d’Italia, non sono in realtà dei misteri, se si sa leggere a fondo nelle pieghe del delitto.
La conoscenza approfondita dell’esoterismo e del modo di procedere delle associazioni massoniche garantirebbe agli inquirenti, il giorno che prenderanno coscienza del fenomeno, un notevole miglioramento dal punto di vista dei risultati investigavi.
Questo consentirebbe anche di capire alcuni meccanismi della politica italiana, che spesso nelle loro simbologie si rifanno a queste organizzazioni. La croce della democrazia Cristiana, ad esempio, probabilmente non è altro che la Croce templare; mentre la rosa presente nel simbolo di molti partiti è probabilmente nient’altro che la rosa dei RosaCroce.
Quando dico queste cose mi viene risposto spesso che la rosa della “Rosa nel pugno” è in realtà il simbolo dei radicali francesi. E io rispondo: appunto, il simbolo dei RosaCroce, che non è un’organizzazione italiana, ma internazionale. E che non ricorre solo per i radicali ma anche per i socialisti e per altri partiti di destra.
Questo consentirebbe di capire, ad esempio, il significato del cacofonico nome “Cosa Rossa” che si voleva dare alla Sinistra Arcobaleno; un nome così brutto probabilmente non è un caso. Secondo un mio amico inquirente potrebbe derivare da Cristian Rosenkreuz, il mitico fondatore dei RosaCroce.
Mentre la Rosa Bianca potrebbe fare riferimento alla guerra delle due rose, in Inghilterra; guerra che terminò con un matrimonio tra Rosa bianca e Rosa Rossa.

Al lettore appassionato di esoterismo il compito di capire il significato delle varie morti che qui abbiamo solo accennato. Non ho ancora capito, ad esempio, il perché dei cosiddetti “suicidi in ginocchio”. Secondo un mio amico le gambe piegate trovano un parallelismo con l’impiccato del mazzo dei tarocchi, che è sempre raffigurato con una gamba piegata. Era la punizione riservata un tempo al debitore, che veniva appeso in quel modo affinchè tutti potessero vedere la sua punizione e potessero deriderlo.
E infatti, tutti quelli che vedono un suicidio in ginocchio capiscono che si trattava di un testimone scomodo e che si tratta di un omicidio. Tutti, tranne gli inquirenti.

(Io speriamo che non mi suicido)

[1] Il magistrato restò ferito, poiché al momento dell'esplosione l'auto del magistrato stava superando una vettura su cui si trovavano Barbara Asta e i suoi due piccoli gemelli Salvatore e Giuseppe, che morirono dilaniati, investiti in pieno dall'esplosione
[2] 11 settembre 2001. Quarto livello. Ultimo atto, Editori Riuniti.

domenica 9 marzo 2008

Lettera di Fabio Piselli.



Sul sito di Fabio Piselli (http://www.fabiopiselli.blogspot.com/) abbiamo trovato questo appello che riteniamo giusto pubblicare e divulgare.

domenica 9 marzo 2008


sono Fabio Piselli, recentemente sopravvissuto ad una aggressione da parte di ignoti, i quali dopo avermi stordito mi hanno lasciato nella mia auto che hanno dato alle fiamme con me dentro.
Questi fatti sono stati ricondotti alle indagini condotte dalla magistratura livornese relative la tragedia del traghetto Moby Prince nella quale persero la vita almeno 140 persone.
Ho per questo assunto sia l'ufficio di testimone, persona informata sui fatti, sia quello di parte offesa, fornendo le notizie in mio possesso alla Procura della Repubblica procedente, svolgendo confronti con operatori delle forze speciali e del Sismi, con operatori della Base americana di Camp Darby e sostanzialmente accettando ogni richiesta da parte degli inquirenti ai quali non ho mai fatto mancare la mia più ampia collaborazione, affrontandone tutti i rischi e cosciente delle responsabilità che mi sono assunto in tal senso e del fatto che quanto da me raccontato necessiti una verifica importante e non facile da condurre, a causa dei numerosi filtri istituzionali che ostacolano le indagini.
Mi riferisco a quei personaggi che fanno del proprio ruolo istituzionale un alibi ed uno strumento per tutelare i propri interessi privati, di grembiule o referenti alla struttura alla quale appartengono, presumibilmente non istituzionale ma sostanzialmente istituzionalizzata atteso la capacità di controllo e di inquinamento delle informazioni e delle indagini giudiziarie.

Nel corso degli anni, dopo aver servito lo Stato come sottufficiale volontario paracadutista dell'Esercito, ho prestato la mia collaborazione a quelle strutture ausiliare per i servizi di Polizia Giudiziaria, chiamato da un ex Generale del Sismi e da altri operatori tutti provenienti dalle FF.AA. dalle FF.PP. e dai servizi d'intelligence che le coordinavano, affiancando la PG nelle indagini elettroniche e nelle attività di penetrazione degli obiettivi d'interesse operativo indicati dalla Procura procedente ove piazzare i sistemi di ascolto e d'intercettazione audio, video, tracciamento. Fra le numerose operazioni ho preso parte a quella relativa alle indagini contro il c.d. mostro di Firenze e contro i responsabili della morte di Francesco Narducci, affiancando i miei colleghi nelle attività svolte presso il GIDES, gruppo investigativo delitti seriale della Polizia di Stato, ex SAM, con sede a Firenze.
Mi sono trovato perciò a vario titolo coinvolto nei casi più inquietanti della storia italiana, la più grande tragedia della marineria e la serie di delitti compiuti da un presunto gruppo di amici di merende su mandato dei c.d. livelli superiori, i quali hanno causato altri delitti, fra questi quello di Francesco Narducci.
In quest'ultimo caso ho potuto assistere ad alcuni eventi che ho giudicato degni della attenzione dei Magistrati, ai quali ho trasmesso il contenuto di alcune intercettazioni che interessavano degli operatori dello Stato, i quali da come si evince dalle intercettazioni stesse non hanno presumibilmente compiuto degli atti fedeli al mandato ricevuto,. al contrario, hanno presumibilmente inquinato.

Mi sono chiesto perchè sono stato chiamato a svolgere un servizio d'intercettazioni per un caso così delicato ed importante come quello del mostro di Firenze, le cui indagini durano ormai da 40 anni. Mi sono chiesto perchè proprio il sottoscritto, atteso che il mio curricula se da un lato mi descrive come un sicuro ed affidabile collaboratore dello Stato, dall'altro è apparentemente carente di alcuni requisiti per partecipare a simili indagini proprio a causa del mio percorso esperenziale e professionale di questi 23 anni.
Questo motivo e l'esperienza acquisita mi hanno spinto a tenere alto il livello di attenzione e come si suol dire "a prendere appunti" il cui contenuto l'ho debitamente trasmesso alla Procura procedente, aggravato dalla presenza costante di soggetti provenienti, o in servizio, presso i servizi segreti militari e civili che hanno gravitato intorno a questa indagine.
Vivo oggi un serio e grave problema nato da quanto posto in essere dai filtri istituzionali ai quali ho sopra accennato e che meglio spiego di seguito, con il fine non solo di riuscire a tutelare la mia famiglia, ma anche con il desiderio che un Suo autorevole intervento possa fornire quello stimolo necessario per superare ed abbattere detti ostacoli, da qualcuno definiti muro di gomma da me considerati solo un muro di sterco con l'alibi delle medaglie ma con un enorme potere d'ingerenza, di controllo, di ricatto e d'inquinamento delle varie indagini condotte dalle Procure procedenti verso la ricerca dei responsabili dei delitti sopra descritti ma anche della storica serie di stragi impunite per le quali i colpevoli sono ancora una immagine sfuocata che il tempo tende a rimuovere anche dalla memoria collettiva.

Cambiano le dinamiche degli eventi giuridici ma i meccanismi di depistaggio e d'inquinamento sono sempre gli stessi, adottati dai rappresentanti di quella zona grigia nella quale gravitano soggetti che operano al di dentro delle Istituzioni ma che riferiscono il proprio operato verso altri interessi che quelli puri delle istituzioni stesse. Meccanismi nei quali soggetti vulnerabili o non schierati restano stritolati.

Il mio nome è rimasto riservato per molto tempo, nel quale sono stato sentito dalle Procure come persona informata sui fatti, poi dopo l'aggressione di Novembre 2007, un poliziotto ha ben pensato di fornire la mia identità ad un suo amico giornalista. Da quel momento il mio nome è stato reso pubblico come quello di un testimone dei fatti del Moby Prince e successivamente anche per i fatti del c.d. mostro di Firenze.

Ho ricevuto nel corso degli anni, prima della mia ribalta alle cronache, numerose forme di intimidazione e di pressione, effettuate tramite gli strumenti istituzionali, dalle false notizie di Polizia alla scomparsa o distruzione di fascicoli e di atti giudiziari, fino alla depersonalizzazione al fine di discredito, tutte tecniche conosciute e sostanzialmente viste in altri e numerosi eventi della nostra storia, fatti che ho subito e pagato a caro prezzo.
Nonostante questo ho sempre e solo reagito con l'arma della Giustizia, rivolgendomi alla competente Autorità Giudiziaria firmando le denunce contro quegli operatori dello Stato che ho saputo identificare, da solo. Uno di questi è stato anche condannato ma poi la prescrizione lo ha graziato, nata non solo dalla lentezza dei tempi di Giustizia ma dall'aiuto offerto dai singolari errori di trascrizione di un indirizzo o di un nome che hanno causato l'annullamento di una notifica, dalla perdita di fonoregistrazioni importanti e da altri singolari episodi simili, fino all' umiliante rinvio di una udienza solo perchè una parte doveva assistere ad una regata velica e non ha saputo trovare un sostituto, giustificando così il rinvio che ha contribuito al raggiungimento della prescrizione.

Quanto sopra solo per farLe un esempio, ma ho 23 anni di storia professionale, militare e militante, dalla quale potrei fornirLe esempi a non finire di qualunquismo, carenza di professionalità, pregiudizio, ignoranza professionale, arroganza dell'ignoranza e soprattutto aderenza a quelle pratiche amicali di favori reciprochi compiuti da degli operatori delle Istituzioni.
Chi Le parla ha la coscienza del significato delle istituzioni, ha il senso dello Stato mai perso neppure quando lo Stato mi ha tradito, proprio perchè sono stati solo quegli uomini che in esso si nascondono ad averlo fatto e non la Nazione, che Lei rappresenta e garantisce con il Suo ruolo, motivo per il quale mi permetto di sottoporLe questa mia.

Dopo che sono uscito vivo dalla mia auto mi sono affidato agli inquirenti, i quali hanno ben saputo usare le notizie che ho fornito, tutte afferenti dei fatti compiuti da degli appartenenti ai corpi dello Stato ed alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, all'intelligence militare e a quelle strutture, falangi e raggruppamento in essa inserita, in chiaro e non. Motivo per cui sono nati i confronti, anche con uno di questi personaggi, che han dato dei frutti, il quale una volta tornato in caserma ha relazionato a livello superiore non solo il mio nome, già noto, ma sostanzialmente il mio grado di conoscenza di fatti riservati attinenti le attività condotte da alcune strutture e dagli operatori delle stesse, ad oggi non chiaro se svolte su un preciso mandato istituzionale e se eterodirette da burratinai la cui natura è solo ipotizzabile.

Vivo l'isolamento, nel quale ho trascinano anche la mia famiglia, sono sottoposto a costanti pressioni, intimidazioni, minacce, forme di discredito feroci, che mi costringono a farmi forza per restare fedele alla scelta di reagire con i soli mezzi di Giustizia rappresentati dalla mera denuncia, la quale trova gli ostacoli sopra accennati, aggravati dal fatto che proprio gli strumenti di lavoro di questi soggetti gli consentono di conoscere in tempo reale le mie decisioni e d'inquinare quanto consegno alla AG, non solo il contenuto di una denuncia ma anche quegli elementi probanti i fatti esposti in querela.
Rinunciando a reagire in modo non ortodosso, certamente definitivo, ma contrario ai miei principi, non è con la violenza che posso risolvere il problema, innescherei solo una serie interminabile di reazioni ottenendo ben poco.

Alcune forme di ritorsioni hanno coinvolto i miei familiari ed oggi mirano a condizionare anche mia moglie, già provata da questi mesi di dura resistenza a tutto questo, dal quale essa è sempre stata estranea e che l'ha colpita in modo grave, atteso vedere il proprio marito in fiamme.

Mi consigliano di suicidarmi, di uccidermi, altrimenti morirà mia moglie.
Mi consigliano di porre fine alla mia vita come altri hanno fatto prima di me , non ultimo Adamo Bove, e prima di lui gli altri che hanno scelto la via del suicidio per salvare i propri cari. Oggi sono io che mi trovo di fronte a questo dilemma.

Mi creda, non è la paura di morire, non è la paura di lasciare la mia famiglia e mia moglie, che mi costringe ancora a restare fisso di fronte al salto. E' il senso di vuoto che anche la mia morte lascerebbe, è lo strappo dagli affetti, dall'Amore per mia moglie, dalla ragione per la quale ho scelto di porre a rischio la mia vita accettando "missioni" in tutto il mondo e nei paesi bellici e post bellici, che è stata per portare il pane a casa onestamente, seppur cosciente di non fare l'educanda, per crescere una famiglia, dei figli, nel ricordo di un figlio già morto tanti anni or sono.
Ma ancora oggi la mia morte appare essere il prezzo per la vita di chi Amo.
Ancora oggi sono rimbalzato in quel muro di sterco di cui sopra, incrementato dalla ignoranza di qualche tutore dell'ordine al quale ho chiesto con le lacrime agli occhi, rinunciando al mio orgoglio, di essere ascoltato e di identificare il soggetto che mi aveva appena ancora una volta consigliato il suicidio, ricevendo le solite ignoranti, classiche, purtroppo frequenti frasi di circostanza di chi non è in grado di capire altro che qualche bestemmia e le mere denunce di smarrimento chiavi, il quale ogni tre parole sapeva solo roboticamente esprimere i termini "segnatamente", "a chi di competenza", "nella fattispecie", "unitamente a", che sembravano essere ostacoli insormontabili alla comprensione della mia implorata richiesta di aiuto.

Mi creda Signor Presidente, non sono una persona psicologicamente fragile, bisognosa di attenzioni o vittima di se stessa, sono capace di pormi in discussione, di accettare le mie responsabilità, di cercare di non proiettare in altri il mio vissuto, ho la formazione e l'esperienza per conoscere le mie dinamiche psicologiche, che ritengo essere ancora oggi stabili ed equilibrate alla corretta struttura di pensiero che ha sempre caratterizzato le mie scelte, anche le più rischiose, per quanto sottoposte a forte stress.

Ma il dilemma che ho di fronte non ha soluzioni psicologiche, non richiede l'elaborazione dei suoi contenuti, non prevede una eventuale mediazione, perchè la minaccia è questo, è una tortura psicologica che ti devasta i pensieri fino a renderti insensibile anche alla morte stessa e saltar giù.
Mi creda, le penso tutte pur di soddisfare le richieste di non continuare a fornire notizie oppure stornare i documenti delle intercettazioni del mostro di Firenze che detengo, ma sembra inutile, perchè un conto è essere minacciati da qualche mafioso, per difendermi dal quale posso rivolgermi allo Stato, altro conto è essere minacciato da chi nello Stato si nasconde, togliendomi tutti i riferimenti e facendomi terra bruciata intorno. a chi mi rivolgo?

Non ho chiesto io di trovarmi ad essere una sorta di testimone storico della tragedia del Moby Prince e dei delitti del mostro di Firenze, ho solo compiuto il mio dovere ed il mio lavoro, esimendomi di fare come tanti altri, di fregarmene e saltare sul carrozzone delle medaglie di cartone, perchè ognuno di noi prende un traghetto e tutti noi abbiamo amoreggiato in una macchina nascosti in un bosco; soprattutto perchè il mio senso dello Stato me lo ha impedito pur non essendo più un uomo dello Stato, ma sono un cittadino che forma lo Stato e non posso per questo solo delegare gli altri per la sua tutela, facendo finta di nulla, quando posso contribuire al rispetto delle regole.

Le chiedo dall'alto del Suo colle di osservare quanto accade intorno a Lei, di rivolgere ogni ascolto ai meno urlanti e soprattutto di porre fine a questo sfacelo di valori istituzionali causati non solo dall'inquinamento delle istituzioni stesse, ma anche dalla assoluta assenza di valori che uno Stato come il nostro merita di vedere rispettati, altrimenti crescerà solo mediocri cittadini singoli che formano solo una massa, e non un insieme di cittadini uniti che formano uno Stato, ove i suoi soldati si suicideranno per onore, perchè il suicidio, anche indotto, è una forma di rispetto fra soldati, non è un metodo subdolo mafioso di uccisione come appare, è un codice.

Coloro che mi consigliano il suicidio, come hanno fatto con altri, sono soldati e non sgherri.
Mi offrono paradossalmente l'onore di quel codice invisibile che abbiamo adottato nel corso del nostro lavoro, altrimenti potrebbero farmi fuori in ogni modo ed io non potrei farci assolutamente nulla nonostante le competenze e l'esperienza che ho in materia di sicurezza.
Questo è il dilemma che vivo. L'onore del suicidio come ultimo riconoscimento di un soldato diventato uomo, che ha donato la propria vita al rispetto di un valore, dello Stato prima e dell'Amore di mia moglie oggi.
Con osservanza Fabio Piselli

giovedì 6 marzo 2008

MORO FU DAVVERO RAPITO DALLE BRIGATE ROSSE?













Di Solange Manfredi

Agguato di via Fani.

Nonostante trent’anni e numerosi processi dell’agguato di Via Fani, ancora oggi, non si è riusciti a ricostruire con esattezza le modalità dell’attacco, né quante persone vi parteciparono.

Sono circa le 9 del mattino del 16 marzo 1978. La Fiat 130 dell’On. Moro e l’Alfetta di scorta che percorrono via Trionfale svoltano in via Fani. Fanno pochi metri quando all’altezza dell’incrocio con via Stresa le due auto vengono bloccate da una Fiat 128 con targa diplomatica che provoca un tamponamento

Negli istanti successivi i terroristi esplodono un numero impressionante di colpi. Vengono ritrovati 93 bossoli, ma i colpi sparati potrebbero essere di più. In questo inferno di fuoco vengono colpiti tutti gli uomini della scorta di Aldo Moro (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi)
ma il Presidente della DC resta miracolosamente illeso.

Tre uomini della scorta, feriti ma ancora vivi, ricevono il colpo di grazia
[1]. Perché? Cosa non dovevano dire?

Il traditore?

Moro non percorreva tutti i giorni la stessa strada: cambiava il percorso in ragione dei vari impegni della giornata…. Eppure, fin dalla sera del 15 marzo i brigatisti attuarono i preparativi per l’imboscata di via Fani: nottetempo vennero squarciate le gomme del pulmino appartenente al fioraio Antonio Spiriticchio che ogni giorno sostava proprio nel luogo dell’agguato. L’audace imboscata terrorista venne preceduta da una meticolosa preparazione logistica: dunque i terroristi fin dal giorno prima avevano l’assoluta certezza che la mattina dopo, verso le ore 9, l’auto di Moro sarebbe transitata in via Fani, e prima ancora che lo avesse stabilito il maresciallo Leonardi
[2].

Come potevano essere sicuri che Moro proprio quel giorno e a quell’ora sarebbe passato da via Fani?


Il Commando militare: Gladio?
[3]

L'azione militare di via Fani viene subito definita da un anonimo ufficiale dei servizi segreti «un gioiello di perfezione» attuabile solo «da due categorie di persone: militari addestrati in modo sofisticato, oppure (il che è lo stesso) da civili che si siano sottoposti a un lungo e meticoloso training in basi militari specializzate in operazioni di commando». Un parere condiviso anche dal generale Gerardo Serravalle, secondo il quale l'abilità del tiratore scelto di via Fani non poteva non presupporre un addestramento costante, quasi quotidiano, che in Italia possono consentirsi solo pochi uomini
[4].

I brigatisti non avevano alcun addestramento: “Morucci confermerà che la sola esercitazione affrontata dal commando brigatista prima dell'azione di via Fani era stata tenuta nel giardino di una villa a Velletri (ovviamente, si era trattato di una esercitazione senza "bersagli", né armi e pallottole, poiché gli spari avrebbero creato allarme nelle vicine abitazioni
)”[5].

Allora chi ha condotto l’imboscata?

Divise da aviazione civile: segno di riconoscimento?

Perché i componenti del commando di via Fani indossavano divise da aviazione civile (sicuramente poco adatte a passare inosservati)? Forse perché alcuni componenti del commando, magari il tiratore scelto, era sconosciuto ai brigatisti e la divisa serviva ad identificarlo?


Munizioni in dotazione a Forze Armate non convenzionali: Gladio?

Nel commando vi è un tiratore scelto armato di mitra a canna corta che sparerà la maggior parte dei colpi la cui identità è ancora sconosciuta. Chi è? Come poteva essere così addestrato? Era un militare e/o addestrato in campi militari?

Quello che è certo è che:
Le perizie hanno appurato che in via Fani vennero usate anche munizioni di provenienza speciale. Tra i bossoli repertati, 31 erano senza data di fabbricazione e ricoperti da una particolare vernice protettiva, «parte di stock di fabbricazione non destinata alle forniture standard dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica militare». Cartucce dello stesso tipo verranno poi trovate anche nel covo Br di via Gradoli. Secondo il perito Antonio Ugolini, «questa procedura di ricopertura di una vernice protettiva viene usata per garantire la lunga conservazione del materiale... Il fatto che non venga indicata la data di fabbricazione, è il tipico modo di operare delle ditte che fabbricano questi prodotti per la fornitura a forze statali militari non convenzionaliE quando verranno scoperti i depositi “Nasco” della struttura paramilitare segreta della Nato “Gladio” si riscontreranno le stesse caratteristiche nelle munizioni di quei depositi
[6].

Nessuna indagine

La cosa appare di una evidente gravità, eppure inspiegabilmente: “Non è stata condotta alcuna inchiesta per accertare quale ente avesse commissionato quelle particolari munizioni e la loro destinazione, dato che esse non erano destinate alle forze armate regolari né potevano essere commercializzate essendo di calibro militare e interdette a usi civili: dagli atti dei vari processi Moro non risulta siano mai stati svolti accertamenti per scoprire da quali canali quelle munizioni arrivarono alle Br
[7]


La presenza in via Fani di Gladio.

La mattina del 16 marzo alle ore 9 in via Stresa, a circa duecento metri da dove avviene la strage c’è il colonnello del Sismi Camillo Guglielmi.

"Il colonnello Guglielmi, in forza al servizio segreto militare, era uno stretto collaboratore del generale piduista Giuseppe Santovito, ed era stato istruttore presso la base di “Gladio” di Capo Marrargiu, dove aveva insegnato ai “gladiatori” le tecniche dell’imboscata...L’inspiegata presenza “a pochi metri da via Fani” del colonnello Guglielmi al momento della strage è stata rivelata molti anni dopo, nel 1991, da un ex agente del Sismi addestratosi a capo Marrargiu, Pierluigi Ravasio…"[8].

Cosa ci faceva lì il Colonnello Guglielmi
[9]? Perché non ha detto, o fatto, nulla quando a 200 metri da lui avveniva un massacro?

Una Gladio della Sip?

Ad agevolare la fuga del commando un improvviso black-out interrompe le comunicazioni telefoniche della zona.

Ma il mistero Sip non si conclude con il back-out del 16 marzo 1978.

Si susseguono durante i 55 giorni di prigionia dell’On. Moro, strane quanto improbabili coincidenze legate all’azienda dei telefoni: il 14 aprile alla redazione de Il Messaggero, è attesa una telefonata dei rapitori; vengono così raccordate in un locale della polizia, per poter stabilire la derivazione, le sei linee della redazione del giornale. Ma al momento della chiamata la Digos accerta l’interruzione di tutte e sei le linee di derivazione e non può risalire al telefonista... L’allora capo della Digos parla, nelle sue dichiarazioni agli inquirenti, di totale non collaborazione della Sip. ...In nessuna occasione fu individuata l’origine delle chiamate dei rapitori: eppure furono fatte due segnalazioni….L’allora direttore generale della Sip era iscritto alla P2, Michele Principe
[10]

Piccolo Particolare:
Circa la vicenda della Sip si legge (Unità dell’11 luglio 1991) in uno scritto di Vladimiro Settimelli:
<<Una Gladio della Sip allertata il giorno prima del sequestro Moro”. Il nucleo occulto opera ancora nel campo dei telefoni
>>
[11].


Un sequestro annunciato.

L’imminente sequestro di Aldo Moro sembra fosse noto a molti.
Come appureranno i giudici istruttori Imposimato e Priore nel corso di una rogatoria internazionale, “in Francia, a Parigi, i servizi segreti, nel febbraio 1978, già sapevano dell’organizzazione del sequestro Moro
[12].

Ma non solo.
Alcuni mesi prima del rapimento, dal Carcere di Matera il detenuto Salvatore Senatore aveva fatto arrivare al Sismi l’informazione circa il possibile sequestro di Aldo Moro.

Ed ancora: Renzo Rossellini[13], un’ora prima dell’agguato di via Fani, ovvero poco dopo le 08 del mattino del 16 marzo, su Radio Città Futura, dava la notizia di un’azione terroristica compiuta ai danni dell’On. Moro.

Moro era consapevole del pericolo, tanto consapevole da chiedere una scorta per i famigliari, da far mettere i vetri antiproiettile alle finestre del suo studio e da chiedere un auto blindata…richiesta che non verrà esaudita. Perché?


Ancora Gladio.


Un documento della X Divisione Stay Behind (Gladio) della direzione del personale del Ministero della Marina, a firma del Capo di Vascello, capo della divisione stessa,
del 02 marzo 1978, ovvero 14 giorni prima del rapimento di Moro e dell’uccisione della sua scorta, inviava l’agente G71 appartenente alla Gladio - Stay Behind- (partito da La Spezia il 06 marzo sulla motonave Jumbo M) a Beirut, per consegnare dei documenti all’agente G129, affinché prendesse contatti con “gruppi del terrorismo M.O.”, perché questi intervenissero sulle Brigate Rosse, ai fini della liberazione di Moro.
A Beirut operava come capocentro (pare anche con incarico in Gladio, visto che gli si attribuisce la sigla G216) il Colonnello Stefano Giovannone, responsabile per il Medio oriente, iscritto ai Cavalieri di Malta
[14]

Il comitati di gestione della crisi in mano ai “massoni”.

Il 16 marzo 1978 Cossiga decide di istituire dei comitati per gestire la crisi.
"Non vi furono decreti di nomina, solo chiamate e partecipazioni informali, cooptazioni fatte senza renderne conto a nessuno. Unico dato certo e documentato è che le riunioni dei “Comitati di crisi” nominati da Cossiga pullulavano di “fratelli” che avevano giurato fedeltà alla P2 di Licio Gelli[15]

Massoni dunque. Tutti vincolati al segreto. Tutti vincolati dal giuramento di fedeltà alla Loggia.

Ma come è stato gestito il sequestro Moro? Cosa hanno esaminato o deciso nelle riunioni al Viminale i Fratelli? Non si saprà mai perché tutti i verbali delle riunioni sono misteriosamente spariti.

Quello che è certo è che: "l’operato delle forze di polizia dipendenti dal Viminale e dei servizi segreti (affidati da Cossiga e Andreotti ad affiliati alla Loggia massonica segreta P2) è stato caratterizzato da una lunga sequela di errori e conniventi inerzie, tali non solo da rendere dubbia l’effettiva volontà dello Stato di salvare la vita dell’onorevole Moro arrestando i sequestratori, ma perfino da indurre a sospettare complicità e convergenze di intenti con i terroristi"[16].

Appartamento di via Gradoli

Le Br che preparano il sequestro Moro avevano scelto, sin dal 1975, come loro principale base un appartamento situato in via Gradoli 96.

Gli appartamenti di Via Gradoli erano di proprietà di società che erano legate direttamente o indirettamente ai servizi segreti.

In via Gradoli 96, poi, erano ben 20 gli appartamenti intestati ai servizi segreti.

Perché mettere in quel palazzo la sede operativa delle Br? Un errore di valutazione? O forse perché abitando nello stesso palazzo i servizi segreti potevano gestire con maggior riservatezza i contatti con i brigatisti ed il sequestro del Presidente DC?

Perché dopo il falso comunicato del Lago della Duchessa il covo di Via Gradoli viene fatto scoprire? .
Il rifugio di Mario Moretti e Barbara Balzerani era “saltato” grazie ad una fuga d’acqua che secondo i vigili del fuoco sembrava provocata apposta: uno scopettone era stato appoggiato sulla vasca, e sopra lo scopettone qualcuno aveva posato il telefono della doccia (aperta) in modo che l’acqua si dirigesse verso una fessura nel muro
[17]

Un caso? O forse come afferma Franceschini:
L’operazione lago della Duchessa-via Gradoli (vanno sempre tenuti insieme) è un messaggio preciso a chi detiene Moro…”[18]?


Foto di Moro nella Loggia di Trapani…accanto a Gladio.

All’interno del famigerato Centro studi Scontrino di Trapani: “la polizia trovò le carte segrete di una serie di logge massoniche coperte, punto d’incontro di massoni, templari, politici, appartenenti a servizi segreti d’Occidente e d’Oriente, e anche di quei mafiosi indiziati di aver partecipato al mio attentato…. Nella stessa sede trapanese era, infine, presente l’Associazione musulmani d’Italia, sponsorizzata da Gheddafi in persona e facente capo a Michele Papa, che aveva avviato attraverso di essa una serie di iniziative collegate con le attività svolte dal leader libico (negli appunti sequestrati veniva indicato come «sostituto di Gheddafi»).”[19]

Cosa ci faceva una foto di Moro, con alcune iscrizioni massoniche apposte sulla stessa fotografia, all’interno del Centro studi Scontrino di Trapani?

E’ un caso che il colonnello libico Gheddafi: “ancora allievo nella accademia militare britannica di Sandhursi, Gheddafi era stato reclutato nella setta massonica dei Senussi di cui il suo predecessore, il re Idris, era stato gran maestro. I Senussi costituivano allora e costituiscono ancor oggi uno degli strumenti usati dai servizi segreti britannici per l’attività di controllo dell’area meridionale del Mediterraneo
[20]?

Ed è ancora un caso che a Trapani vi era anche il Centro Scorpione: “ un centro di Gladio rimasto in gran parte sconosciuto e dotato di un aereo super leggero in grado di volare al di sotto delle apparecchiature radar”
[21], centro diretto dal Maresciallo Vincenzo Li Causi (indicato da un ex appartenente a Gladio, quale informatore di Ilaria Alpi) e ucciso in Somalia in circostanze mai chiarite pochi giorni prima di deporre davanti al Pm proprio sul Centro Scorpione?

Ma torniamo a Moro.

Al di là delle ipotesi, rimane comunque il dato di fatto del rinvenimento, in una loggia massonica, di una fotografia di Aldo Moro del tutto particolare: massoniche erano, infatti, anche alcune iscrizioni apposte sulla stessa fotografia. Queste scritte non furono mai decifrate: la foto, a quanto pare, scomparve immediatamente dagli atti del processo
[22].

Le presenze costanti nel rapimento Moro.

Sino ad ora abbiamo, nel caso Moro, due presenze importanti: La massoneria e Gladio.

Sappiamo che sia la massoneria che i servizi segreti usano spesso comunicare con un linguaggio cifrato incomprensibile ai non iniziati.
Forse, anche in questo caso, occorre prestare attenzione a questo tipo di linguaggio per capire il Caso Moro.

GRADO LI

E’ il 02 aprile1978 quando nel corso di una seduta spiritica a cui partecipava, tra gli altri, anche Romano Prodi (recentemente coinvolto in una inchiesta riguardo a truffe ai danni della Comunità europea, che lo indica come affiliato ad una loggia massonica di San Marino) emerge il nome Gradoli.

Era il nome della via in cui si trovava il covo delle Br o quella seduta spiritica aveva un significato più profondo?

Vista l’ingombrante presenza della Massoneria in tutta la vicenda Moro perché non provare a leggere la cosa diversamente?

Se fosse stato un segnale inviato a chi era in grado di capirlo perché iniziato a quel particolare linguaggio cifrato? Se il codice fosse stato, per esempio, quello rosacrociano, le lettere indicate dal piattino avrebbero potuto non formare il nome del paesino sul lago di Bolsena, ma essere lette come GRADO-LI (grado 51). Si sarebbe rinviato, cioè, a un livello ancora più occulto del trentatreesimo, un gradino più alto della gerarchia massonica conosciuta. Quale poteva essere questo misterioso Grado LI ? Un rarissimo testo pubblicato in Francia intorno al 1870 da Ely Star (pseudonimo di un seguace di Péladan e di Flam-marion), Les Mystères de l'horoscope, svela che nel Cercle de In Rose + Crobc il Grado LI corrisponde al Maìtre du Glai-ve, il Signore del Gladio.
Letto cosi e riferito alla situazione internazionale, quel messaggio poteva essere interpretato in due modi: o come una richiesta di intervento rivolta al fantomatico Signore di quella organizzazione; oppure come l'annuncio che il Grado LI stava per muoversi
[23]”.

Questa è la possibile spiegazione degli autori del libro “Il misterioso intermediario”. Ma è possibile anche una terza ipotesi: dicendo “Gradoli” ovvero Signore del Gladio, non è possibile che qualcuno volesse lanciare un messaggio a tutti gli investigatori o gli eventuali inquirenti in grado di capirne il significato, avvertendoli così di non procedere, perché si trattava di un’operazione voluta e condotta da Gladio?

Il massone che aveva scritto troppo.

Vi è stata una persona, iniziata a questo linguaggio, legato ai servizi segreti che, coraggiosamente ha scritto molto sul caso Moro…. sino a quando non è stato ucciso. Era Carmine Pecorelli


Il suo modo di scrivere era sibillino, da iniziati (era un massone iscritto alla Loggia P2), ma di una cosa, oggi, siamo sicuri: sapeva molto e….scriveva. Ed allora andiamo a vedere cosa sapeva e cosa ci aveva scritto sul sequestro Moro.

Come, ricorda il Senatore Sergio Flamigni:
Pecorelli coglieva l’atmosfera di dura ostilità verso la politica di Moro, e a partire dalla seconda metà del 1975 cominciò a esprimerla attraverso enigmatiche note di questo tenore: «È proprio il solo Moro il ministro che deve morire alle 13?»; «Moro-bondo»; «Un funzionario, al seguito di Ford in visita a Roma, ebbe a dichiararci: “Vedo nero. C’è una Jacqueline [vedova Kennedy, ndr] nel futuro della vostra penisola”»; «... E a parole Moro non muore. E se non muore Moro...». Il 9 gennaio 1976 “Op” riportò a tutta pagina una caricatura di Moro col titolo: «Il santo del compromesso, Vergine, martire e... dimesso», e le parole: «Oggi, assassinato con Moro l’ultimo centro-sinistra possibile di sedimentazione indolore della strategia berlingueriana...». Era in pratica una sequela di allusioni di morte che Pecorelli non aveva mai rivolto a nessun altro uomo politico"
[24].

L’Ok all'agguato di via Fani data attraverso un necrologio?

A Pecorelli legato ai servizi segreti, alla massoneria e buon conoscitore del linguaggio degli iniziati non sfugge uno “strano necrologio” e il 15 marzo, ovvero il giorno prima dell’agguato di via Fani, l’agenzia “Op” scrive:

«Mercoledì 15 marzo il quotidiano “Vita sera” pubblica in seconda pagina un necrologio sibillino: “2022 anni dagli Idi di marzo il genio di Roma onora Cesare 44 a.C.-1978 d.C.”[25]. Proprio le idi di marzo del 1978 il governo Andreotti presta il suo giuramento nelle mani di Leone Giovanni. Dobbiamo attendere Bruto? Chi sarà? E chi assumerà il ruolo di Antonio, amico di Cesare? Se le cose andranno così ci sarà anche una nuova Filippi[26]?».

Aldo Moro come Cesare? Forse.

Aldo Moro viene rapito proprio mentre si sta recando a tenere un discorso alle Camere…proprio come Giulio Cesare che si era recato in Senato.

In via Fani c’è sicuramente, risulta agli atti, la presenza del colonnello Guglielmi, istruttore dei gladiatori nelle tecniche dell’imboscata.

Quando Giulio Cesare venne ucciso i congiurati, preparandosi all’agguato, appostano un gran numero di gladiatori a poca distanza.

Ed allora nel linguaggio degli iniziati: Chi è il genio di Roma che onora Cesare nel misterioso necrologio (si badi bene necrologio) del 15 marzo?

Ed ancora: chi poteva essere (leggi rappresentare) Bruto per Aldo Moro?
Ma la domanda più importante è: il misterioso necrologio apparso su Vita sera poteva essere in realtà l’Ok ai terroristi circa l’azione preparata per il giorno dopo?

Killer professionisti e manovalanza di piazza…il particolare da tenere a mente.
Pecorelli dimostra, attraverso i suoi scritti, di sapere anche bene da chi era composto il commando dell'agguato di via Fani, infatti, durante il sequestro del Presidente DC, su OP scrive:

Aspettiamoci il peggio, gli autori della strage di via Fani e del sequestro di Aldo Moro sono dei professionisti addestrati in scuole di guerra del massimo livello. I killer mandati all’assalto dell’auto del presidente potrebbero invece essere manovalanza reclutata su piazza. È un particolare da tenere a mente[27].

Eccolo il particolare da tenere a mente: In via Fani vi erano manovalanza di piazza e professionisti. Ovvero: brigatisti e… chi altro?

Le brigate rosse….un motorino.

Dopo l’uccisione di Aldo Moro Pecorelli pare sapere anche che le brigate rosse non sono altro che il braccio armato di ben più alta organizzazione e scrive:

«le Br non rappresentano il motore principale del missile, esse agiscono come motorino per la corre­zione della rotta dell’astronave Italia»[28].

Ma allora, chi è il motore principale del Missile?

La loggia di Cristo in paradiso.

Ecco un altro pezzo importante pubblicato su “Op”:

Il ministro di polizia [cioè Cossiga, ndr] sapeva tutto, sapeva persino dove [Moro] era tenuto prigioniero... perché un generale dei carabinieri era andato a riferirglielo nella massima segretezza [ma] il ministro non poteva decidere nulla su due piedi, doveva sentire più in alto e qui sorge il rebus: quanto in alto, magari sino alla loggia di Cristo in Paradiso... Non se ne fece nulla e Moro fu liquidato... Purtroppo il nome del generale CC è noto: Amen[29]”.

Dunque Pecorelli sosteneva che Cossiga fosse stato informato da un generale dei CC “Amen” (generale Dalla Chiesa[30]) dove Moro veniva tenuto prigioniero, ma che la sua azione fosse subordinata ad un livello più alto “magari sino alla loggia di Cristo in paradiso” (loggia P2).

E’ appena il caso di ricordare che i comitati di crisi istituiti da Cossiga per gestire i 55 giorni del rapimento Moro pullulavano di affiliati alla Loggia P2.

Il 20 marzo 1979 il giornalista Mino Pecorelli viene ucciso a Roma.

Conclusioni.

Anche in questo caso, come negli altri scandali e fatti di sangue italiani analizzati nei precedenti articoli di questo blog, troviamo una serie di costanti ovvero meccanismi, che scattano affinché non si giunga alla verità. Vediamoli:

- La presenza tra i protagonisti di massoni e ufficiali dei servizi segreti;
- La protezione data dal segreto;
- La morte dei testimoni;
- La scomparsa di documenti;
- I depistaggi operati da apparati dello Stato;
- le indagini non svolte;- ecc...

Grazie a questi meccanismi, sempre a tutela dell’illegalità, i fatti si sono trasformati in “misteri” e questi misteri, per alcuni, in straordinari strumenti di ricatto.

Ed allora, per il lettore che ragiona con la sua testa, al di là del bombardamento di disinformazione cui è stato sottoposto negli ultimi 30 anni, è plausibile che il caso Moro sia stato pensato, progettato, attuato da un gruppo di brigatisti (manovalanza di piazza) che si addestravano nel giardino di una villa di Velletri senza neanche i proiettili?

E’ possibile che lo stato non sia riuscito a scoprire la verità in 30 anni?

E’ possibile che le migliaia di dipendenti dei servizi segreti, dei corpi speciali, che tutte le forze di polizia e dei carabinieri non siano mai riusciti a scoprire nulla, tenuti in scacco da una gruppo di brigatisti?

E’ davvero possibile che un futuro Presidente del Consiglio riceva notizie riservate su Moro durante una seduta spiritica e poi lo ammetta pubblicamente alla nazione?

Tutto ciò è davvero possibile e credibile?


P.S.


Uno degli studiosi più attenti del caso Moro è sicuramente il senatore Sergio Flamigni. Ha pubblicato su Moro libri indispensabili per chi voglia documentarsi (
31).
Proprio grazie allo studio scrupoloso ed attento delle carte del caso Moro per primo giunse ad alcune conclusioni che gli valsero le accuse di essere un visionario, dietrologo e misterologo. Dopo anni si scoprirà che il senatore Flamigni aveva ragione. Nei suoi confronti verranno, però, spese parole pesanti e ironie taglienti.
Bastano poche parole per delegittimare le risultanze di un lavoro serio ed approfondito. Sono parole che appena dette hanno la capacità di impermealizzare la capacità di ragionamento dei più: mitomane, pazzo, dietologo, visionario, complottista. Ai più attenti non sfugge che quando si attacca qualcuno sul piano personale per invalidare ciò che dice, invece di contestare il contenuto delle sue affermazioni, probabilmente la persona dice il vero, ma molti cadono nel tranello. Cadono anche perché spesso la verità è scomoda, la menzogna ben confezionata, più rassicurante.

Se avesse avuto voce e attenzione il mirabile lavoro svolto dal senatore Flamigni molte verità sarebbero emerse prima e molto di più sapremmo oggi. Invece il suo scrupoloso studio gli ha procurato una decina di querele, ovviamente tutte infondate (la magistratura ha riconosciuto esplicitamente la correttezza del suo lavoro). Ancora oggi la sua battaglia per la verità e l’informazione incontra vergognosi ostacoli dai c.d. poteri forti del nostro paese, come il suo straordinario archivio (http://www.archivioflamigni.org/) fonte di inestimabile valore in un paese dove la disinformazione rappresenta un fondamentale strumento di potere per chi vuole ingannare il popolo.

E’ grazie ai libri e all’archivio del Senatore Flamigni se oggi tante verità non sono state cancellate.
Si è cercato, e si cerca ancora, di nasconderle, è vero, ma i suoi libri, come il suo archivio, sono lì a disposizione di chi li voglia consultare.

E’ grazie ai libri ed all’archivio del Senatore Flamigni che tanti articoli di questo blog, tra cui questo, hanno potuto, e potranno, essere scritti e di questo lo ringrazio.

E, visto che mi si presenta l’occasione un ringraziamento particolare voglio rivolgere anche alla dott.ssa Ilaria Moroni, direttrice dell’Archivio Flamigni, per la sua straordinaria competenza, disponibilità e pazienza (con me ce ne vuole tanta).

[1] http://www.fondazionecipriani.it/Scritti/malavita.html
[2] S. Famigni, Convergenze parallele Kaos Edizioni, 1998
[3] Gladio era organizzazione clandestina di resistenza promossa dai servizi segreti e addestrata ad operare, in caso di occupazione nemica del territorio, nei seguenti campi: raccolta delle informazioni; cifra; radiocomunicazioni; sabotaggio; guerriglia; propaganda ed esfiltrazione
[4] S. Flamigni, La tela del ragno, Kaos edizioni 1993
[5] S. Flamigni, La tela del ragno, Kaos edizioni 1993.
[6] Op. cit. S. Flamigni
[7] Op. cit. S. Flamigni
[8] Op. cit. S. Flamigni
[9] Interrogato il colonnello Guglielmi sosterrà di essersi trovato in via strasa perché invitato a pranzo da un amico (alle nove di mattina?). L’amico sosterrà di non ricordare di aver invitato a pranzo il colonnello Guglielmi, ma di esserselo visto arrivare a casa intorno alle ore 09.00
[10] Falco Accade, Moro si poteva salvare, Massari editore
[11] Falco Accade, Moro si poteva salvare, Massari editore
[12] S. Flamigni, La tela del ragno, Kaos edizioni, 2003
[13] Interrogato sulla circostanza Rossellini sosterrà di aver fatto solo un’ipotesi
[14] Falco Accade, Moro si poteva salvare, Massari editore.
[15] Flamigni, La tela del ragno. Il delitto Moro, Kaos edizioni, Milano 1993
[16] Flamigni, La tela del ragno. Il delitto Moro, Kaos edizioni, Milano 1993
[17] Falco Accade, Moro si poteva salvare, Massari editore
[18] Falco Accade, Moro si poteva salvare, Massari editore
[19] Carlo Palermo, 11 settembre 2001 Il quarto livello. Ultimo atto?, Editori Riuniti
[20] Carlo Palermo op. cit.
[21] Falco Accade, Op. cit
[22] Carlo Palermo 11 settembre 2001 Il quarto livello. Ultimo atto?, Editori Riuniti
[23] Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca, Il Misterioso intermediario, Einaudi Editore
[24] S.Flamigni, dossier Pecorelli, Kaos edizioni
[25] Alle Idi di marzo del 44 a.C. Giulio Cesare venne ucciso durante una seduta del Senato di Roma
[26] La battaglia di Filippi oppose il il secondo triumvirato Ottaviano, Antonio e Lepido alle forze (dette repubblicane) di Bruto e Cassio (due dei principali cospiratori ed assassini di Cesare) La battaglia, che si svolse nel 42 a.c. fu vinta dal secondo triumvirato e Bruto e Cassio furono costretti a suicidarsi
[27] op. cit. S. Flamigni
[28] S. Flamigni, Dossier Pecorelli, Kaos edizioni
[29] Articolo del 17 ottobre 1978
[30] aveva inoltrato domanda di iscrizione alla P2, la Loggia segreta alla quale suo fratello – il generale dei Carabinieri Romolo Dalla Chiesa – era già affiliato

31 Nel 1988 ha pubblicato "La tela del ragno - il delitto Moro", con le Edizioni Associate; nel 1993 ha iniziato la collaborazione con la Casa editrice Kaos pubblicando una nuova edizione de "La tela del ragno - Il delitto Moro" (1993) e successivamente: "Trame Atlantiche - Storia della loggia segreta P2 " (1996); "Il mio sangue ricadrà su di loro - Gli scritti di Moro prigioniero delle Br" (1997); "Convergenze parallele" (1998); "Il covo di Stato" (1999); "I fantasmi del passato - La carriera politica di Francesco Cossiga" (2001); l'ultima edizione rivista e aggiornata de "La tela del ragno - Il delitto Moro" (2003); "La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti" (2004). Sempre con la Kaos Edizioni ha curato la prefazione di "Dossier Piano Solo" (2005). Successivamente poi: "Dossier Pecorelli" (2005); "Le idi di Marzo - Il delitto Moro secondo Mino Pecorelli" (2006).