giovedì 22 maggio 2008

Scandali finanziari



Di Solange Manfredi

Nel nostro paese gli scandali finanziari, in cui svaniscono nel nulla enormi quantità di denaro, sono frequenti quasi quanto le elezioni, ed hanno come costante il fatto che i soldi non vengono mai ritrovati (esattamente come per i mandanti di stragi ed omicidi eccellenti).

Il denaro pare si volatilizzi.

Tesoretti ipotizzati, sussurrati, rincorsi…. ma mai ritrovati.

Eppure da qualche parte devono pur essere finiti, possibile che rintracciarli sia così difficile?

Migliaia di miliardi non viaggiano in contanti, chiusi in valigette e portate in ogni parte del mondo da spalloni, no?

Viviamo nell’era digitale, possibile che questi passaggi non lascino traccia? Ed infatti è impossibile.

Tutto lascia traccia….basta seguirla.

A leggere il libro nero della finanza internazionale la soluzione del problema esiste. Dicono gli autori:

Si è soliti pensare che il denaro, soprattutto quello virtuale, quello dei computer delle banche, non lasci traccia e sfrecci, alla velocità della luce, da un conto ad un altro, da un paradiso fiscale ad un altro senza lasciare traccia dei suoi passaggi. E’ falso[1]”.

Ogni movimentazione di denaro o valori mobili (titoli, obbligazioni, ecc…) viene registrata e conservata. E non da adesso. Sin dagli anni ’30 tra alcuni paesi (38), ed a livello mondiale dagli anni ‘60.

Questo perché da quando il trasferimento di denaro e di valori immobiliari hanno iniziato ad avvenire, non più materialmente ma, attraverso la c.d. “faxmoney”, le banche hanno avvertito la necessità di garantire queste transazioni conservando prova di questi scambi. Hanno, quindi, deciso di creare una sorta di “notaio internazionale” che potesse registrare, avvallare e conservare, in luogo sicuro, la prova degli scambi avvenuti.

Tale “notaio internazionale” è costituito dalle società di claering, ovvero camere internazionali di compensazione.

Queste società, dunque, si occupano di registrare, avvallare e conservare, in luogo sicuro, la prova degli scambi per risolvere eventuali casi di contestazione da parte dei clienti.


In Europa sono due le società che fungono da “notaio internazionale”per gli scambi transfrontaliferi:

1. La Clearstream, nata in Lussemburgo il 28 settembre 1970 con il nome di Cedel e, nel 2000, ribattezzata Clearstream);

2. La Euroclear, nata a Bruxelles nel 1968.

Queste due società hanno il monopolio quasi completo degli scambi di obbligazioni a livello internazionale. Il commercio di obbligazioni permette di raccogliere ed impiegare del denaro senza apparire nominalmente tranne che nei documenti interni alle banche. E’ uno dei prodotti preferiti dagli addetti al riciclaggio e dai clienti che maneggiano molta liquidità[2]”.

Ovviamente queste società sono state fondate da banche ed hanno banche come soci. Tutto tra loro insomma.

Fondate queste due società per la registrazione degli scambi dei valori mobili rimaneva, però, scoperto il mercato del denaro contante.

Così i due principali azionisti di Clearstream ed Euroclear hanno fondato, nel 1973, la Swift, ovvero una società che permette, grazie sempre alla registrazione, avvallo e conservazione la trasmissione rapida della moneta nelle varie divise.

Dunque, fin dal 1973, grazie a queste tre società (Clearstream, Euroclear e Swift) nessuna transazione internazionale di valori mobili o denaro contante può avvenire senza che venga registrata e conservata.

Naturalmente le tre società, nate per una iniziativa bancaria privata, si sono sempre opposte a qualsiasi controllo pubblico sulle loro attività. E ti pareva.

Attenzione perché stiamo parlando di colossi.

Si pensi che la sola Clearstream, nel 2000, trattava circa 450 volte il bilancio del Belgio, qualcosa come 50 trilioni di euro all'anno, una cifra paragonabile a quanto trattato annualmente da Euroclear.
Nelle sue casse, nel 2000, aveva depositati qualcosa come 9000 miliardi di euro.

Recentemente ha ammesso errori contabili per un totale di 1,7 trilioni di euro (l'equivalente del debito pubblico del terzo mondo), senza che nessuno sollevasse obiezioni.

Nessun controllo pubblico e nessuna domanda per questi piccoli errorini.

Ma non solo.

Da principio il regolamento interno di Cedel prevedeva che tutti i conti di tutti i clienti associati di clearing venissero pubblicati in una lista. Tale lista veniva, poi, pubblicata regolarmente e distribuita agli aderenti al sistema.

Intorno agli anni ’80 Cedel, dietro richiesta di due grandi banche italiane e di varie banche tedesche, ha creato un sistema di conti “non pubblicati”, ovvero “conti invisibili” che non appaiono nelle liste ufficiali.

La persona incaricata di concedere le autorizzazioni all’apertura di questi conti invisibili era Gèrard Soisson.

Gèrard Soisson però, da un lato era preoccupato dell’uso illecito che si potesse fare di questi conti invisibili, dall’altro desiderava anche fortemente che la Cedel fosse controllata da un Ente Pubblico.

Indovinate che fine a fatto?

Gèrard Soisson è morto il 28 luglio 1983 durante una vacanza in Corsica. Il certificato medico non precisa l’origine del decesso. Si parla di “morte naturale”. Eppure Gèrard Soisson era un quarantenne sano, sportivo, cintura nera di karatè. Ma muore improvvisamente dopo aver fatto jogging mentre beve un bicchiere d’acqua al bar dell’albergo.

Può capitare.

Ciò che non si capisce però è perché subito dopo la morte il corpo di Gèrard Soisson sia stato stranamente eviscerato (certo è che, una volta tolte le viscere ad un corpo, diventa difficile trovare tracce di avvelenamento).

Non solo ma la sua salma ha impiegato ben 4 giorni per arrivare dalla Corsica in Lussemburgo (probabilmente, per il trasporto, hanno usato un barchino a remi).

Comunque sono in molti a ritenere, compresa la sua famiglia, che Gèrard Soisson, in realtà sia stato avvelenato.

Il perché è facile da intuire.

Dopo la sua morte più del 50% dei conti sono diventati “non ufficiali” o “non pubblicati”.

La conseguenza di tutto ciò è che noi, ancora oggi, ci chiediamo dove siano finiti i soldi del Crack del Banco Ambrosiano, Cirio, Parmalat, della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta, ecc…

Eppure tutte le transazioni di denaro o valori mobili sono registrate in queste società che non sono situate in paradisi fiscali, ma in Europa: due sono a Bruxelles ed una in Lussemburgo.

E…..provare a chiedere?

Tutto questo noi oggi lo sappiamo grazie al coraggio di un ex dipendente di Clearstream, Ernest Backes, che insieme a Denis Robert ha scritto il libro “Soldi, il libro nero della finanza internazionale”.

Il libro, ovviamente, è stato poco pubblicizzato (meglio sapere le avventure amorose di Bettino Craxi) ma è di grande interesse.

Leggendolo si possono capire molte cose su alcune delle vicende mondiali più inquietanti (Banco Ambrosiano, Roberto Calvi, Michele Sindona, IOR, Vaticano, scandalo Iran-contra, BCCI, Gladio, mafia, riciclaggio, ONU, organizzazioni non governative, Bilderberg, Trilateral, Opus Dei, Saddam Hussein, massoneria, P2, ecc…).


Cosa dobbiamo concludere dopo aver letto il libro?

Che la possibilità di sapere dove va il denaro, chi lo maneggia, e per quali fini, esiste. Ma lo Stato (sia il nostro, sia gli altri stati esteri, che in questo non sono da meno di noi), non ha alcun interesse a scoprire la verità su queste vicende e farle sapere.

E chi ci ha provato, appunto, è morto.


[1] Denis Robert ed Ernest Backes, Soldi, il libro nero della finanza internazionale, nuovi mondi media, 2004

[2] Denis Robert ed Ernest Backes, Soldi, il libro nero della finanza internazionale, nuovi mondi media, 2004

lunedì 12 maggio 2008

Il delitto Pasolini. Siamo tutti in pericolo.







Di Stefania Nicoletti




«Io sono un gattaccio torbido che una notte
morirà schiacciato in una strada sconosciuta…»
– Pier Paolo Pasolini, 1966 –

LA VICENDA

PREMESSA
«Io so i nomi dei responsabili delle stragi italiane». Così scriveva Pier Paolo Pasolini il 14 novembre 1974 sul Corriere della Sera, in un articolo che sarebbe stato poi ricordato come il “romanzo delle stragi”.
Un anno dopo, il 1 novembre 1975, rilascia un'intervista a Furio Colombo per La Stampa. Titolo dell'intervista, per espressa volontà di Pasolini: "Siamo tutti in pericolo".
Il giorno dopo, il 2 novembre 1975, giorno dei morti, il corpo del grande poeta viene trovato privo di vita all'Idroscalo di Ostia.
Pino Pelosi detto la Rana, un “ragazzo di vita” romano di 17 anni, fermato dai carabinieri a un posto di blocco, confessa immediatamente l’omicidio.
Pelosi racconta di come Pasolini quella sera l’ha convinto a “farsi un giro” sulla sua auto, un’Alfa GT. Arrivati all’Idroscalo, Pasolini vuole un rapporto sessuale ma Pelosi si rifiuta. Ne nasce una lite che presto sfocia in una rissa di inaudita violenza, che si chiude con la morte del poeta. Picchiato a sangue, massacrato, e schiacciato con l’auto durante la fuga di Pelosi.
Un delitto maturato nell’ambiente degradato delle borgate romane. E un delitto omosessuale. Niente di più facile.
Se non fosse che tante, troppe cose non quadrano nella ricostruzione giudiziaria che ne è stata fatta. Tante, troppe cose non quadrano nelle ore successive al ritrovamento del corpo, nelle indagini condotte dalla squadra mobile, negli interrogatori dello stesso reo confesso.

Procediamo per punti.


1. I CLAMOROSI ERRORI (ORRORI?) DELLA POLIZIA.
Una serie di errori ha intralciato il normale svolgimento delle indagini, soprattutto nelle prime (e fondamentali) 48 ore successive al delitto. Solo una coincidenza fortunata, in un posto di blocco dei carabinieri sul lungomare di Ostia, ha permesso di mettere le mani su Pelosi.
La polizia, giunta all’Idroscalo di Ostia alle 6.30 di domenica mattina 2 novembre, trova una piccola folla intorno al corpo di Pasolini: folla che gli agenti non pensano minimamente di allontanare. La polizia non si cura di recintare il luogo del delitto e impedire così la cancellazione di tracce importanti. E infatti, non essendo stata circondata la zona, tutte le eventuali tracce sono andate perdute dal passaggio di auto e pedoni diretti alle baracche o all’adiacente campo di calcio, oppure da semplici curiosi.
Nel campo di calcio lì vicino, inoltre, dei ragazzi giocano a pallone e il pallone ogni tanto esce dal rettangolo di gioco, finendo proprio vicino al cadavere di Pasolini.
Nessuno ha pensato di tracciare i punti esatti dei vari ritrovamenti.
Non si disturbano neanche di notare che sul sedile posteriore dell’Alfa GT di Pasolini c’è, bene in vista, un golf verde macchiato di sangue. E che lontano dal cadavere, tra le immondizie, c’è una camicia bianca, anch’essa macchiata di sangue. Se ne accorgeranno tre giorni dopo.
Inoltre fino a giovedì mattina l’Alfa GT è rimasta sotto una tettoia nel cortile di un garage dove i carabinieri depositano le auto sequestrate. L’auto è aperta e senza sorveglianza. Chiunque avrebbe potuto mettere o togliere indizi, lasciare o cancellare impronte.
La polizia torna sul luogo del delitto solo nella tarda mattinata di lunedì 3 per tentare una ricostruzione del caso, ma senza nessuna misura precisa, e con le tracce ormai inesistenti.
Solo da giovedì gli investigatori iniziano a interrogare gli abitanti delle baracche e i frequentatori della Stazione Termini (luogo in cui Pelosi ha raccontato di essere stato “adescato” da Pasolini).
Infine – e questo ha davvero dell’incredibile – sul luogo del delitto non è mai stato convocato il medico legale. E il cadavere venne lavato prima di completare gli esami della scientifica.
È chiaro che polizia e carabinieri, certi di poter archiviare il caso come omicidio omosessuale, oltretutto con l’assassino reo confesso già in carcere, hanno ritenuto superfluo ogni accertamento sul cadavere che poteva invece servire per le successive indagini.
È possibile che la polizia abbia commesso così tanti e clamorosi errori tutti insieme? È possibile che vengano trascurate le più elementari procedure investigative per un omicidio di tale portata?
Dopo questa pessima conduzione delle indagini, ci si aspetterebbe che il massimo responsabile venisse quantomeno sospeso dall’incarico. Invece il dottor Ferdinando Masone, capo della squadra mobile di Roma durante le indagini, ha fatto carriera: è diventato questore di Palermo e poi di Roma, e in seguito addirittura Capo della Polizia. Ruolo che ha ricoperto fino al 2000, quando è stato “promosso” ulteriormente, diventando segretario generale del CESIS: il Comitato Esecutivo per i Servizi di Informazione e Sicurezza, cioè l’ente che coordina l’attività dei servizi segreti (SISMI e SISDE) in nome del presidente del consiglio.

2. LE CLAMOROSE BUGIE DI PELOSI.
Gli interrogatori di Pino la Rana, a cominciare dal primo, la notte stessa del 2 novembre, sono farciti di bugie, peraltro mal raccontate. Pelosi sembra recitare una lezione imparata male.
Innanzitutto, il mistero dell’anello. Pelosi racconta agli inquirenti di aver perso, durante la colluttazione, un anello d’oro con una pietra rossa, due aquile e la scritta “United States Army”. Verrà poi accertato che quell’anello non poteva averlo perso in quel modo, ma poteva solo averlo lasciato di proposito sulla scena del delitto. Perché? Per lanciare un segnale a qualcuno? Per “farsi incastrare”? O perché qualcuno per lui aveva deciso di usare Pelosi prima come esca e poi come capro espiatorio, incastrandolo con l’anello?
Pasolini fu colpito violentemente non con un oggetto solo, ma con due bastoni, uno più lungo e uno più corto, e con due tavolette di legno. Pelosi descrive la colluttazione come una scena violentissima, in cui la Rana, dopo una strenua lotta all’ultimo sangue, ha avuto la meglio su Pasolini. Risulta però difficile credere che un paletto di legno marcio possa provocare simili ferite e contusioni. Soprattutto risulta difficile capire come un ragazzo di 17 anni, magro e di corporatura esile, abbia potuto, da solo, avere la meglio su un uomo alto, atletico, sportivo, esperto di arti marziali com’era Pasolini. Anche perché il Pelosi non aveva sul corpo nessuna ferita di rilievo, e i suoi indumenti non presentavano alcuna traccia di sangue.
Esame approfonditi di tutti i dati obiettivi (sopralluogo, interrogatori di Pelosi, reperti, bastone, tavola, vesti, lesioni di Pasolini), da una parte smentiscono il racconto di Pelosi sulla dinamica di tutta l’aggressione, e dall’altra inducono ad avanzare con fondatezza l’ipotesi che Pasolini sia stato vittima dell’aggressione di più persone. Pelosi non può aver fatto tutto da solo.

3. LA CLAMOROSA RAPIDITA’ DEL PROCESSO.
Il caso Pasolini si risolve in pochissimi mesi. La sentenza di primo grado viene proclamata il 26 aprile 1976. Pino Pelosi (difeso dall’avvocato Rocco Mangia, lo stesso che ha difeso i fascisti che ammazzarono Rosaria Lopez nel massacro del Circeo) viene dichiarato colpevole di omicidio volontario in concorso con ignoti e condannato a 9 anni, 7 mesi e 10 giorni di reclusione. Ma se il Tribunale dei Minori, presieduto dal giudice Alfredo Carlo Moro (fratello del presidente della Dc Aldo Moro), ha contemplato il “concorso di ignoti”, nella sentenza di appello tale ipotesi verrà scartata e di fatto cancellata definitivamente dalla Cassazione nel 1979.
In ogni caso, l’impressione è che non solo gli inquirenti avessero fretta di chiudere il caso, ma anche i giudici avessero la stessa preoccupazione di chiudere in fretta il processo.
Un processo che in realtà non vedeva imputato (solo) Pino Pelosi. Ma anche (e soprattutto) Pasolini stesso. L’obiettivo del processo è uno solo: fare di Pasolini un mostro. Un omosessuale pervertito che corrompe e violenta i ragazzini. E per questo è stato usato Pelosi. Che però pagherà caro. Pagherà per delle colpe che non erano sue o non lo erano del tutto. Sarà il vero capro espiatorio utilizzato da dei mandanti (e manovratori) rimasti, come sempre, ignoti e impuniti.

4. LA CLAMOROSA (E TARDIVA) RITRATTAZIONE DI PELOSI.
Il 7 maggio 2005, però, c’è il colpo di scena: Pino Pelosi fa una rivelazione choc. Nel corso della trasmissione televisiva “Ombre sul giallo”, confessa di non essere stato solo quella sera del 2 novembre 1975, come invece aveva sostenuto fin dal primo interrogatorio e sempre ribadito. Trent’anni dopo, invece, rivela di non essere stato lui a uccidere Pasolini, ma tre uomini che parlavano con accento siciliano o calabrese.
Perché dunque all’epoca ha mentito e si è accollato colpe che non gli appartenevano? Perché ha aspettato trent’anni e non ha parlato prima? «Ero un ragazzino – dirà Pelosi – avevo 17 anni. Avevo paura, perché quelli che hanno ucciso Pasolini mi hanno picchiato e hanno minacciato di morte me e la mia famiglia se avessi raccontato la verità». E allora perché raccontarla adesso la verità? Non ha più paura, Pino la Rana, di fare la stessa fine del poeta? «Sono passati trent’anni, quelli che mi hanno minacciato e che hanno ammazzato Pasolini, saranno morti o comunque vecchi». Possibile. Pelosi racconta infatti che all’epoca i tre uomini che l’hanno aggredito e minacciato erano sui quarant’anni. Ma si tratta solo degli esecutori materiali del delitto. C’è un livello superiore, quello dei mandanti, che non si fa certo scrupoli a eliminare un testimone scomodo che, con un po’ di ingenuità, crede di essere al sicuro perché “ora gli assassini saranno morti o vecchi”. L’impressione è che se non è ancora stato fatto fuori non è per i motivi che indica Pelosi, né perché siano diventati improvvisamente “buoni”, ma più probabilmente perché in questo momento Pelosi serve vivo. E perché ucciderlo significherebbe esporsi troppo. Perché farlo, dal momento che l’inchiesta, riaperta dopo le dichiarazioni di Pelosi nel 2005, è stata ancora una volta archiviata?



Molte ipotesi sono state avanzate sui mandanti dell’omicidio di Pasolini. Da alcuni è stato ritenuto un omicidio politico. Ma è evidente che così non è. Le motivazioni vere sono più complesse e pericolose: i mandanti stanno in alto, molto in alto. E stanno in un romanzo scritto da Pasolini stesso. A questo punto occorre fare un passo indietro di 36 anni.


I POSSIBILI MOVENTI. PETROLIO, IL “ROMANZO DELLE STRAGI”: IL CASO MATTEI E LA PISTA CEFIS

Nel 1972 Pasolini inizia a scrivere quello che può a tutti gli effetti essere considerato il suo vero “romanzo delle stragi”: Petrolio, così si chiamerà il suo romanzo rimasto incompiuto e pubblicato postumo. E forse è proprio in Petrolio che si trova la chiave della morte del suo autore, legata a un altro mistero italiano: la “strana” morte di Enrico Mattei. Pasolini era venuto in possesso di informazioni scottanti, riguardanti il coinvolgimento di Eugenio Cefis nel caso Mattei.
In Petrolio descrive la storia dell’Eni e in particolare quella del suo presidente Cefis. Lo fa con un espediente letterario: il personaggio inventato di Troya, ricalcato sulla figura di Cefis.

1. L’INDAGINE DEL GIUDICE CALIA.
Secondo il sostituto procuratore di Pavia, Vincenzo Calia, che ha indagato sul caso Mattei (depositando una sentenza di archiviazione nel 2003), le carte di Petrolio appaiono come fonti credibili di una storia vera del potere economico-politico e dei suoi legami con le varie fasi dello stragismo italiano fascista e di stato. In particolare, nel 2002 Calia ha acquisito agli atti tutti i vari frammenti sull’“Impero dei Troya”, da pagina 94 a pagina 118 di Petrolio, che dall’omicidio ipotizzato di Mattei guida al regime di Eugenio Cefis, ai “fondi neri”, alle stragi dal 1969 al 1980 (tra le altre cose, vi è anche una “profezia” della strage della stazione di Bologna).
Il giudice Calia ha acquisito agli atti anche il mancante Lampi sull’Eni, di cui ci rimane soltanto il titolo (sotto l’Appunto 21), essendo l’intero capitolo “misteriosamente” scomparso nel nulla, come altre 200 pagine del romanzo. Non è una mancanza di poco conto, se si considera che in Lampi sull’Eni doveva presumibilmente comparire il grosso della vicenda legata all’economia petrolifera italiana.
Negli Appunti 20-30, Storia del problema del petrolio e retroscena, Pasolini arriva a fare direttamente i nomi di Mattei e di Cefis. Vi è inoltre un appunto del ’74 in cui Pasolini scrive che «in questo preciso momento storico, Troya (Cefis, ndr) sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti). Egli con la cricca politica ha bisogno di anticomunismo».

2. LA FONTE DI PETROLIO.
Il giudice Calia ha scoperto un libro, che è la fonte di Pasolini, pubblicato nel 1972 da una strana agenzia giornalistica (Ami), a cura di un fittizio Giorgio Steimetz: Questo è Cefis. (L’altra faccia dell’onorato presidente). Si tratta di un pamphlet sulla vita, sul carattere e sulla carriera del successore di Mattei alla guida dell’Eni. Racconta alcuni passaggi biografici, da quando Cefis fu partigiano in Ossola (con alcuni risvolti poco chiari) alla rottura con Mattei nel 1962, mai perfettamente spiegata; dal rientro all’Eni al salto in Montedison. Pasolini ne riporta interi brani, ne fa la parafrasi, elenca le stesse società (petrolifere, metanifere, finanziarie, del legno, della plastica, della pubblicità e della comunicazione) più o meno collegate a Cefis, vi assegna acronimi o sigle d’invenzione.

3. LO PSEUDONIMO STEIMETZ E L’AGENZIA AMI.
Non è facile individuare chi si celi dietro lo pseudonimo di Giorgio Steimetz, ma di certo si tratta di una persona ben inserita negli affari interni dell’Eni. Il suo libro è immediatamente sparito dalla circolazione e oggi non compare in nessuna biblioteca nazionale e in nessuna bibliografia.
Scrive lo stesso fantomatico Steimetz: «Ridurre al silenzio, e con argomenti persuasivi, è uno dei tratti di ingegno più rimarchevoli del presidente dell’Eni». E Pasolini in Petrolio scriverà: «Non amava nessuna forma di pubblicità. Egli doveva, per la stessa natura del suo potere, restare in ombra. E infatti ci restava. Ogni possibile “fonte” d’informazione su di lui, era misteriosamente quanto sistematicamente fatta sparire».
Dietro l’Ami, che pubblicò solo quel titolo, c’era il senatore democristiano Graziano Verzotto, capo delle pubbliche relazioni Eni in Sicilia e segretario regionale della Dc (corrente Rumor) ai tempi di Mattei, di cui fu amico personale. Verzotto ha rilasciato a Calia una lunga deposizione, in cui per spiegare l’“incidente” aereo dell’ottobre ’62 esclude l’ipotesi delle Sette Sorelle, quella dei servizi segreti francesi e la pista algerina, arrivando ad asserire che colui al quale la morte di Mattei ha giovato di più, è il successore di Mattei stesso: Eugenio Cefis.


Pasolini era dunque venuto in possesso di documenti che provavano il coinvolgimento di Cefis nel caso Mattei e, prima di essere barbaramente ucciso, stava per pubblicare il tutto in un romanzo choc. Ma prima di lui un altro giornalista che aveva iniziato a indagare sulla morte di Mattei fece una brutta fine. Si tratta di Mauro De Mauro, che stava collaborando con il regista Francesco Rosi per il film Il caso Mattei. De Mauro venne eliminato quando ormai aveva scoperto la verità. Poco prima dell’incontro previsto con Rosi, infatti, il giornalista scomparve nel nulla.

Il lavoro di Calia è agli atti. Il mandante possibile della morte di Enrico Mattei è in Petrolio. Probabilmente anche quello dell’uccisione di De Mauro e di Pasolini.



Spesso, troppo spesso, si è detto che Pasolini è stato ucciso perché era un intellettuale “scomodo”. Ma Pasolini non era “scomodo” per via delle sue critiche al sistema, ma per le sue accuse. Fondate, precise, documentate da prove reali e da documenti riservatissimi e “incendiari” di cui egli era venuto in possesso.
Come scrisse sul Corriere un anno prima di morire, egli sapeva. Non solo perché da poeta intuiva e da intellettuale osservava la realtà come pochi sono in grado di fare. Ma perché sapeva davvero. Sapeva troppe cose. E ciò che sapeva poteva far tremare il Potere.

Pier Paolo Pasolini è stato ucciso per questo: perché probabilmente sapeva la verità sulla morte di Enrico Mattei. Sapeva chi erano i mandanti di quello strano “incidente” aereo, che in seguito si rivelò non essere stato un incidente, ma un abbattimento in volo: venne certificato infatti che nell’aereo fu inserita una bomba stimata in 150 grammi di tritolo posta dietro al cruscotto, che si sarebbe attivata durante la fase iniziale di atterraggio, forse dall’apertura del carrello. Già all’epoca dei fatti, alcuni testimoni dichiararono di aver visto l’aereo esplodere in volo. Il testimone principale, il contadino Mario Ronchi, rilasciò alcune interviste agli organi di stampa e alla RAI (che ne censurò le affermazioni), ma in seguito ritrattò la sua testimonianza. Forse qualcuno aveva pagato il suo silenzio.

Il sostituto procuratore Calia si spinse ad affermare che «l’esecuzione dell’attentato venne pianificata quando fu certo che Enrico Mattei non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ente petrolifero di Stato». Il che porterebbe ancora una volta a ritenere Eugenio Cefis come il probabile mandante. Probabilmente questa era una delle scomode verità di cui Pasolini era venuto a conoscenza.

venerdì 9 maggio 2008

Non ce la faccio più. Ho un grillo per la testa




Nel video, Beppe Grillo quando ancora parlava delle banche (quando probabilmente era più libero e diceva cose in cui credeva veramente).
Scusate ma non ce la faccio più. Posto qui uno degli ultimi articoli del blog di Grillo. E poi riprendo le sue parole, adattandole solo un po’ e rivolgendo a lui il suo stesso appello con le sue parole.

Blog di Grillo:
Aldo Agatino Forbice ha bisogno del nostro aiuto. Ha 68 anni e accusa in po' di stanchezza. Ogni sera dal lunedì al venerdì dalle ore 19.30 alle 22.00 riceve le telefonate dei radioascoltatori su temi di attualità e le commenta con i suoi ospiti in diretta.I post di giornata del blog sono per Zappo Forbice e per la sua trasmissione Zapping su Radio1 una splendida occasione. Telefonategli al numero 800 055 101. Non ditegli che ve l'ho detto io altrimenti potrebbe censurarvi e trattarvi come degli "allocchi".
Due milioni di allocchi che hanno partecipato al V2 day che pagano lo stipendio a Zappo per fare censura sulla radio di Stato. Che vorrebbero sapere da Zappo cosa ne pensa degli effetti della legge 30, sui condannati in Parlamento, sul conflitto di interessi, sulla privatizzazione dell'acqua, su Rete 4, sulla legge Gasparri, sugli effetti degli inceneritori, sulla legge elettorale porcata che impedisce la scelta del candidato, sui 98 miliardi di evasione delle concessionarie dei giochi. Sono solo alcuni spunti, un piccolo suggerimento.Le centraliniste vi bloccheranno, Zappo vi chiuderà il telefono in faccia, ma se insisterete, minuto dopo minuto, sera dopo sera, dovranno ascoltarvi.Zappiamo Forbice come lui zappa noi. Libera informazione in libero Stato.Diffondete il banner e telefonate, telefonate, telefonate.
Bene. Ora l’appello fatto ai lettori per telefonare a Forbice, lo rivolgiamo usando le sue stesse parole, a Grillo.

Nostro appello a Grillo
Beppe Grillo ha bisogno del nostro aiuto. Ha parecchi anni e accusa un po’ di stanchezza.
Due milioni di allocchi che hanno partecipato al V2 day e o che hanno acquistato i DVD di Grillo (come me) per farsi censurare sul suo blog. Che sono andati al V day come me. Che vorrebbero sapere da Grillo cosa ne pensa degli effetti della massoneria sulla politica, vorrebbero sapere se lui stesso appartiene alla massoneria, se ritiene che tale problema sia importante e meritevole di approfondimento, che vorrebbero sapere come ha fatto a ottenere senza problemi l’autorizzazione a fare manifestazioni in tutte le città d’Italia se lui, come dice, è inviso alla politica ed è “l’antipolitica”.
Poi chiedetegli di parlare di nuovo, come faceva anni fa, di privatizzazione della Banca d’Italia e signoraggio. Sono solo alcuni spunti, un piccolo suggerimento.
Poi chiedetegli: Caro Grillo, ma se tu fai antipolitica, come mai nessun politico, tranne qualche eccezione rara, ha rilevato che le firme da te raccolte per il referendum sono nulle? Si, quelle firme che hanno fatto stare in fila per ora la gente per poter fare una cosa in cui credevano, perché l’articolo 31 della legge 352 del 1970 impone di non prendere firme per referendum sei mesi dopo le convocazioni elettorali (le convocazioni elettorali sono state fatte il 6 febbraio, quindi tutte le firme prese nei sei mesi successivi sono NULLE). Sarebbe un’occasione ghiotta per delegittimarti e screditarti ma non lo faranno. Perché Grillo?Non vi risponderà mai censureranno i vostri interventi, ma se insisterete, minuto dopo minuto, sera dopo sera, dovranno ascoltarvi.Zappiamo Grillo come lui zappa noi. Libera informazione in libero Stato.Diffondete il banner e scrivetegli, scrivetegli, scrivetegli.
Scrivete ai grillini, perché molti in perfetta buona fede non sanno tutto questo.
E provate a scrivere a Travaglio sugli stessi temi, nell’eventualità che trovaste una sua mail da qualche parte. Vedrete cosa vi risponderà. Nulla. La massoneria non esiste. Non influenza le istituzioni. Non è un problema. Non meriterete neanche una risposta. Non meriterete mai un contraddittorio.
Perché sono loro che decidono quale “libera informazione” deve passare o meno.

Scusatemi, ma non ce la facevo più.
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PS... Ho scritto che le firme raccolte sono nulle. Non è esatto.
Il problema ruota attorno all'interpretazione degli articoli 28 e 31 della legge citata.
Secondo una prima interpretazione (di tipo letterale) la raccolta sarebbe improduttiva di effetti.
Secondo una seconda interpretazione (estensiva), l'inciso dell'articolo 28 "salvo il disposto dell'articolo 31" andrebbe interpretato come una deroga all'articolo 28. Sarebbe quindi consentita la "raccolta" di firme anche nel periodo di sei mesi dopo la convocazione dei comizi, purchè il "deposito" avvenga dopo i sei mesi.
Speriamo che - nel dibattito che potrebbe seguire - prevalga questa seconda interpretazione.
Ecco il testo dei sue articoli citati.
31. - Non può essere depositata richiesta di referendum nell'anno anteriore alla scadenza di una delle due Camere e nei sei mesi successivi alla data di convocazione dei comizi elettorali per l'elezione di una delle Camere medesime.
28. - Salvo il disposto dell'articolo 31, il deposito presso la cancelleria della Corte di cassazione di tutti i fogli contenenti le firme e dei certificati elettorali dei sottoscrittori deve essere effettuato entro tre mesi dalla data del timbro apposto sui fogli medesimi a norma dell'articolo 7, ultimo comma. Tale deposito deve essere effettuato da almeno tre dei promotori, i quali dichiarano al cancelliere il numero delle firme che appoggiano la richiesta.

domenica 4 maggio 2008

L’ARTE DEL DEPISTAGGIO

Dopo Moro la scomparsa dei giornalisti Toni e De Palo…ancora servizi segreti, massoneria e brigate rosse…tutti insieme torbidamente ed appassionatamente.

Di Solange Manfredi


La vicenda dei due giornalisti scomparsi è l’ennesima vergogna italiana. Anche in questa vicenda, che si colloca all’indomani del sequestro Moro, troviamo: traffico d’armi, servizi segreti, depistaggi, morti improvvise, apposizione del segreto di Stato e massoneria[1].


E’, però, anche una delle vicende di cui si è parlato meno: perché? Probabilmente perché esaminandola bene, e facendo dei semplici collegamenti con il caso Moro, si potrebbe giungere a capire chi erano veramente questi “presunti” terroristi così giungendo ad ipotesi inquietanti. Vediamo quali.

L’ultimo viaggio.

E’ il 22 agosto del 1980, Graziella De Palo (giornalista di Paese Sera e de L'Astrolabio) e Italo Toni (redattore dell'Agenzia Notizie) partono da Roma alla volta del Libano per svolgere un servizio giornalistico sui campi palestinesi dell'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).
In Libano c’è la guerra civile, ma il servizio è reso possibile grazie all’appoggio dato dal rappresentante romano dell'OLP, Nemer Hammad.
La mattina del 2 settembre Toni e De Palo escono dal loro albergo di Beirut, il Triumph, per recarsi nel sud del Libano. Vogliono realizzare un reportage sui campi di addestramento palestinesi. Non faranno più ritorno.

Benché Graziella De Palo avesse denunciato più volte nei suoi articoli (che consiglio di leggere per capire la bravura ed il coraggio di una vera giornalista, li potete trovare al seguente indirizzo http://www.toni-depalo.it/gdp-scritti.htm), il ruolo dei servizi segreti italiani nella copertura del traffico internazionale clandestino delle armi, saranno proprio i servizi segreti italiani ad attivarsi per la ricerca dei due giornalisti scomparsi.


Dalla denuncia della scomparsa dei due giornalisti avvenuta, con inspiegabile ritardo, solo il 29 settembre 1980 (cioè dopo oltre 20 giorni dalla loro scomparsa) inizia un gioco perverso e vergognoso di depistaggi teso a coprire la verità sulla sorte dei due giornalisti. Perché?

Dall’esame di quel che resta degli effetti personali di Maria Grazia De Palo rinvenuti nell’albergo a Beirut mancano ovviamente e come sempre in questi casi la macchina fotografica, appunti, documenti; inoltre molti fogli dei taccuini risultano essere stati strappati. Questi effetti arrivati a Roma ben 4 anni dopo (probabilmente a dorso di una tartaruga), si evince come i giornalisti stessero svolgendo un’inchiesta su:
- il traffico internazionale di armi[2] tra l’OLP e l’Italia (vi sono varie note su società italiane e straniere);
- 5 campi di addestramento palestinesi situati nel sud del Libano nella zona di Tiro e Sidone.

Per questa vicenda vengono rinviati a giudizio – tra gli altri - il generale (e direttore) del Sismi Giuseppe Santovito e il colonnello del Sismi Stefano Giovannone

Nell’ordinanza di rinvio a giudizio per la scomparsa dei due giornalisti emessa in data 26/03/1986 dal giudice istruttore Renato Squillante si legge:


- ”….. il Giovannone seppe, "subito o quasi", la sorte in cui erano incorsi i due giornalisti e, d'accordo con il Santovito, si adopera per "coprire" le responsabilità palestinesi. A questo scopo, ideò e pose in essere un "sistema" idoneo a far smarrire, invischiandoli come in una tela di ragno, tutti coloro - tra i primi i familiari di Graziella De Palo - che, non addentro al groviglio di rapporti e di interessi che si accentra in Libano, non potevano che credere alle notizie riferite, sacrificando talora gli intenti di verifica alla speranza di liberazione degli ostaggi…;
- “…Il Giovannone, quindi, avvalendosi del sua patrimonio di conoscenza e di esperienza del settore medio orientale (pari a quello di pochi, in campo occidentale), facendo apparire che svolgeva indagini in ogni direzione, riferì tutto e il contrario di tutto, accreditò strumentalmente una pista falangista da contrapporre a quella palestinese e siriana, costruendo una rete così confusa ed inestricabile di notizie e di ipotesi da rendere impossibile, a chiunque non avesse una approfondita conoscenza di quel settore e non potesse operare dirette verifiche, di orientarsi nella ricerca della verità….;
- “….Si deve peraltro rilevare che i fatti posti in essere dal Giovannone, nei quali si configurano i reati contestatigli (favoreggiamento personale, rivelazione di segreti di Stato e di notizie riservate), si inquadrano in una stessa linea di condotta, intesa a "favorire" i palestinesi dell'OLP, perseguita sistematicamente dal Giovannone anteponendo oscuri interessi economici e di potere ai suoi doveri istituzionali derivantegli dalle sue qualità e dalle sue funzioni…”;
- “….Il fatto che il capo del Sismi ricorra alla menzogna per favorire i palestinesi, sino al punto di gettare sospetti sull'operato di un ambasciatore di Italia, non deve meravigliare; il Santovito era aduso alla menzogna e in questo caso doveva avere precisi interessi per farlo. E' lui stesso che non esita a riconoscere di avere mentito sul punto anche con la Presidenza del Consiglio (ff. 13-13r, vol. III e deposizione on. Mazzola a f. 293, vol. II)…. Egli spiega di avere mentito per salvaguardare la buona immagine dell'OLP….”;
- “…Quanto al Giovannone si osserva che la sua attività di depistamento - realizzata in concorso con il Santovito, pure deceduto - e di rivelazione di notizie segrete e riservate, può considerarsi ampiamente provata”;

Dunque secondo l’ordinanza di rinvio a giudizio il capo del Sismi Santovito ed il capo centro del Sismi per il medio Oriente Giovannone avrebbero commesso numerosi e gravi reati per impedire che si facesse luce sulla sparizione di due connazionali con l’intento di favorire i palestinesi. Perché?

Santovito e Giovannone.

Per capire la vicenda dobbiamo aver chiaro chi erano e che ruolo hanno svolto in quegli anni Santovito e Giovannone.

Generale Giuseppe Santovito

Il Generale Giuseppe Santovito, massone iscritto alla loggia P2 di Licio Gelli, viene nominato direttore del Sismi il 13 gennaio 1978. Capo del Sismi sino al 1981, muore il 5 febbraio del 1984 dopo un intervento chirurgico.

Nei tre anni di permanenza al vertice del servizio segreto militare il Generale Santovito avrà modo di avere un ruolo di primo piano nel rapimento di Moro, venire inquisito dal giudice Carlo Palermo per traffico di armi e arrestato nel 1983 violazione del segreto di Stato.

L’operato del gruppo di potere costituitosi all’interno del Sismi tra il 1978 e il 1981 con a capo Santovito e Musumeci si differenzia da altri precedenti episodi di c.d. deviazione dei servizi segreti per la molteplicità di attività esplicate….A somiglianza della P2 – della quale la struttura era peraltro una articolazione – il Supersismi svolgeva insomma un’ampissimo ventaglio di attività, tutte direttamente o indirettamente finalizzate ad intervenire nella sfera politica, il che era con tutta evidenza incompatibile con le finalità dell’istituto…”[3].

In altre parole l’attività di depistaggio che i nostri servizi segreti, sotto la guida di Santovito, hanno attuato in quegli anni è stata a 360°.


Colonnello Stefano Giovannone.

- Il Colonnello Stefano Giovannone, iscritto ai Cavalieri di Malta, aveva ricoperto l’incarico di capocentro del SISMI a Beirut dal 1972 al 1981;
- Secondo un recente documento[4], in cui si attribuisce al colonnello Giovannone la sigla G216, questi avrebbe fatto parte delle struttura occulta Gladio. Dal documento si evince anche come il Ministero della Marina avesse inviato, il 02 marzo 1978 un gladiatore a Beirut per trattare la liberazione di Moro. Il problema però è che Moro verrà rapito solo il 16 marzo, ovvero 14 giorni dopo;
- Aldo Moro, in ben due lettere scritte durante la sua prigionia, aveva auspicato l’intervento del Colonnello Giovannone per risolvere la “delicata faccenda” del suo rapimento;
- nel 1985 il giudice istruttore veneziano Carlo Mastelloni emetteva un mandato di cattura a carico del colonnello Stefano Giovannone con l’accusa di aver favorito il traffico d’armi fra l’Olp e le Brigate rosse;
- Il Colonnello Giovannone moriva poco dopo agli arresti domiciliari; i documenti ufficiali parlano di morte naturale ma non è dato sapere quale sarebbe questa morte naturale. In altre parole: nell’arco di un anno moriranno sia Santovito che Giovannone entrambi improvvisamente e per “morte naturale”. Una bella coincidenza, no?
- L’inchiesta del giudice Mastelloni verrà fermata dal Governo che sulla vicenda porrà il segreto di Stato.

Riassumiamo quello che abbiamo appreso fin qui: pare che esistesse quindi un collegamento molto stretto tra OLP, Brigate Rosse, e i nostri servizi segreti, in particolare Gladio.

Ora prestiamo attenzione a questi passaggi.


- Il Colonnello Giovannone era probabilmente un gladiatore.
- In via Fani, il giorno del rapimento Moro, era presente il Colonnello Guglielmi (addestratore dei gladiatori). Sarebbe interessante approfondire il legame che c’era tra Giovannone e il colonnello Guglielmi.
- Su incarico del Ministero della Marina un gladiatore, viene inviato a Beirut per trattare la liberazione di Moro ben 14 giorni prima del suo rapimento.
- Aldo Moro, durante la sua prigionia nel c.d. “carcere del popolo”, ritiene (e lo scrive in ben due lettere) che il Colonnello Giovannone, da sei anni a Beirut, abbia la possibilità di attivarsi e trattare con i brigatisti che lo tengono prigioniero. E’ importante questo passaggio. Moro cioè – che ricordiamolo, essendo un politico potente, conosceva bene il sistema - sapeva di questo collegamento tra OLP, BR, e servizi segreti nostrani.
- Dunque Giovannone aveva contatti con i brigatisti nonostante fosse a Beirut.
- Il governo pone il segreto di Stato sull’inchiesta del giudice Mastelloni sul traffico di armi tra l’OLP e le BR.
- Il capo del Sismi, il piduista Generale Santovito ritiene di poter tranquillamente giustificare la commissione di tali gravissimi reati affermando, anche davanti alla Presidenza del Consiglio, di averlo fatto per “salvaguardare la buona immagine dell’OLP”. Eppure questa organizzazione riforniva di armi le Brigate rosse.

Ora poniamoci due domande
- Che legame c’era – esattamente - tra i nostri servizi segreti, l’OLP e le brigate rosse? Ricordiamolo: un legame così forte da imporre il segreto di Stato da parte del governo, e talmente scontato in ambiente politico che Moro lo scrive in ben due lettere dalla prigionia .
- Che cosa avevano visto e/o scoperto, e/o capito Toni e De Palo nei campi di addestramento a Sud del Libano per dover essere uccisi?

L’arte del depistaggio.

A tre mesi dalla sparizione dei due giornalisti, Elio Ciolini un personaggio legato ai servizi segreti, detenuto in un carcere svizzero con l’accusa di truffa, inviava una lettera al Console generale d’Italia a Ginevra nella quale affermava che i due giornalisti, poiché in occasione di una intervista loro concessa il 2/9/1980, da Nayef Hawatmeh del F.D.L. (Fronte Democratico Liberazione Palestinese) avevano casualmente riconosciuto un politico italiano ed un noto terrorista italiano, erano stati catturati e rinchiusi in un campo OLP, a sud del Libano, per poi essere uccidi (la De Palo sarebbe stata anche stuprata).

L’informativa verrà considerata falsa. Era veramente falsa?

Ci sono molte tecniche atte a depistare le indagini, a seconda della situazione si utilizza quella che si ritiene più idonea. Una tecnica ottima, usata spesso, consiste nel “bruciare” in anticipo una pista investigativa che, se seguita, potrebbe risultare pericolosa.
Questa tecnica consiste nel rivolgersi ad un soggetto "amico", ovvero un depistatore, e chiedergli (o ordinargli se fa parte di una organizzazione gerarchica) di affermare come vere cose assolutamente false. Tra le varie cose che il soggetto afferma una sola è vera, proprio quella che si vuole non sia oggetto di indagine. Poiché il soggetto ha affermato, per la maggior parte, delle cose false, anche la notizia vera è così assolutamente screditata e, nella sostanza, “bruciata.
E’ stata questa la tecnica utilizzata per depistare le indagini sulla scomparsa dei due giornalisti? Probabilmente si. Vediamo come.

Abbiamo detto che Elio Ciolini in una lettera affermava che i due giornalisti erano stati uccisi in un campo al sud del Libano perché avevano riconosciuto un politico italiano in compagnia di un noto terrorista italiano.
Nella stessa lettera Elio Ciolini indicava anche l’esistenza di una organizzazione terroristica denominata ‘Ot’ che avrebbe avuto legami con la frazione dell’Olp responsabile non solo della morte dei due giornalisti ma anche all’origine della strage di piazza Fontana, dell’Italicus e di quella di Bologna del 2 agosto 1980, ed infine accusando Stefano delle Chiaie, Danet e Fiebelkon di essere i responsabili dell’ultima strage[5].

Ma chi era Elio Ciolini? Era un depistatore? E se si per chi lavorava?

Vediamo cosa dicono alcuni stralci della sentenza riportati nel libro di De Lutiis (I servizi segreti in Italia).

Anche la pista indicata da Elio Ciolini sembra ascrivibile allo stesso quadro di depistaggi operati dal Sismi di Santovito…I giudici concludono affermando che <ci si trova di fronte ad una calcolata miscela di verità e menzogne capace di far presa e al tempo stesso di fuorviare…E’ quindi ipotizzabile – scrivono i magistrati bolognesi – l’intervento di esponenti dei servizi che, già impegnati nel fornire una copertura agli autori della strage, <<Attraverso una accorta regia del personaggio Ciolini avevano la possibilità di conseguire, come in effetti ottennero, la totale e definitiva perdita di credibilità delle inchieste sulla strage e dei magistrati che la conducevano>>….A conclusione della parte di istruttoria dedicata a questa attività i giudici scrivono parole pesanti come macigni: <<L’opera di inquinamento delle indagini appare così imponente e sistematica da non consentire alcun dubbio sulle finalità: impedire con ogni mezzo l’accertamento della verità! Se ciò è vero, e non sembra si possa minimamente discuterne, diviene legittima sul piano rigorosamente logico una seconda proposizione: soltanto l’esistenza di un legame di qualche natura tra gli autori della strage e gli autori del tentativo di depistaggio può speigare un simile comportamento; o perché la strage fu eseguita dai primi su mandato degli altri, o perché la strage, benché autonomamente organizzata ed eseguita, rientrava in un comune progetto politico, la cui gestione richiedeva che non fossero scoperti gli autori>>”[6]

Dunque Ciolini era un depistatore. Era un uomo, come dice il PM Mancuso, inserito nello stesso ambiente che ha inteso screditare con il compito di evitare che i colpevoli vengano assicurati alla giustizia[7].

La domanda ora da porsi è: quale tecnica ha usato Ciolini per depistare? O meglio. L’informazione che i due giornalisti sono stati uccisi perché hanno riconosciuto un politico italiano in compagnia di un terrorista italiano era la notizia vera che si è voluta “bruciare”? Forse si. Vediamo perché. Sappiamo che:


- I due giornalisti spariscono il 02/09/1980, giorno in cui si sarebbero dovuti recare a visitare alcuni campi di addestramento palestinesi nel sud del Libano;
- A Beirut da anni opera come capo centro del Sismi il colonnello Giovannone, presunto gladiatore a cui Aldo Moro, in due lettere dalla prigionia, si raccomanda per cercare di trovare una soluzione al suo sequestro operato dalle Brigate rosse;
- Il colonnello Giovannone viene arrestato con l’accusa di aver favorito il traffico di armi tra OLP e Brigate rosse;
- Giovannone con Santovito vengono, successivamente, accusati di gravissimi reati commessi per depistare le indagini sulla sparizione dei due giornalisti e proteggere l’OLP, organizzazione che rifornisce di armi le Br .

Come poteva il Colonnello Giovannone avere contatti con i vertici delle BR se dal 1972 era a Beirut?

Probabilmente in un solo modo: alcuni dei c.d. “presunti” brigatisti (per intenderci i c.d. capi commando, coloro che nelle azioni presentavano un addestramento militare incompatibile con rare esercitazioni in qualche cava) si addestravano nei campi palestinesi a sud del Libano. Magari addestrati proprio da qualche gladiatore.

Probabilmente i due giornalisti avevano visto ed avevano capito che alcuni “presunti” brigatisti e servizi segreti erano la stessa cosa. Probabilmente per questo sono morti.

Se fosse così si spiegherebbero molte cose sia della vicenda Moro che della vicenda Toni De Palo. Si spiegherebbe, ad esempio perchè:


- la strage compiuta in Via Fani da c.d. presunti Brigatisti viene definita “un gioiello di perfezione” attuabile solo da persone super addestrate in operazioni di commando (Gladio Militare?);
- il Colonnello Guglielmi, addestratore dei gladiatori nelle tecniche di imboscata, fosse presente in Via Fani al momento del massacro (articolo su questo blog del 6 marzo 2008, Moro fu davvero rapito dalle Brigate rosse?);
- le munizioni adoperate in Via Fani avevano una provenienza militare ed erano in dotazione solo a reparti di Forze armate “non convenzionali” (Gladio militare?);
- il Governo abbia posto il segreto di Stato impedendo alla magistratura di indagare;
- il Sismi abbia commesso numerosi reati per cercare di nascondere la verità sulla morte dei nostri due connazionali e proteggere l’OLP ed i campi di addestramento nel sud del Libano;

Conclusione.

Dunque, è verosimile che i giornalisti Toni e De Palo siano stati uccisi perché in occasione del loro servizio giornalistico sui campi palestinesi a sud del Libano, abbiano visto qualcosa che abbia fatto fare loro il collegamento tra OLP, BR e servizi segreti. Oggi, di questi collegamenti se ne parla e risultano da vari atti ufficiali, da libri, interviste, ecc… Oggi, a 30 anni da questa tragica vicenda si parla ancora di Brigate Rosse quando pare ormai assodato che il sequestro Moro non fu un sequestro operato dalle BR. Oggi è pacifico che le BR furono, nel migliore dei casi, eterodirette. Ma all’epoca, siamo nel 1980, intuire capire o vedere questa cosa equivaleva a morire.


[1]http://www.toni-depalo.it/vs-famiglie.htm infatti quando i giornali pubblicano gli elenchi degli iscritti alla Loggia massonica P2, sequestrati nella villa di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi dalla magistratura milanese, lafamiglia De Palo si accorge che buona parte delle autorità che si sono attivamente - e torbidamente - occupate del loro caso compaiono negli elenchi
[2] Graziella aveva denunciato a più riprese, nei suoi articoli, il ruolo dei servizi segreti italiani nella copertura del traffico internazionale clandestino delle armi in aperta violazione dell’embargo ONU.

[3] Giuseppe De Lutiis, I servizi segreti in Italia, Editori riuniti, Pg. 286-287
[4] Dal libro di Falco Accame, Moro si poteva salvare, Massari Editore: “della X Divisione Stay Behind (Gladio) della direzione del personale del Ministero della Marina, a firma del Capo di Vascello, capo della divisione stessa, del 02 marzo 1978, ovvero 14 giorni prima del rapimento di Moro e dell’uccisione della sua scorta, inviava l’agente G71 appartenente alla Gladio - Stay Behind- (partito da La Spezia il 06 marzo sulla motonave Jumbo M) a Beirut, per consegnare dei documenti all’agente G129, affinché prendesse contatti con “gruppi del terrorismo M.O.”, perché questi intervenissero sulle Brigate Rosse, ai fini della liberazione di Moro. A Beirut operava come capocentro (pare anche con incarico in Gladio, visto che gli si attribuisce la sigla G216) il Colonnello Stefano Giovannone, responsabile per il Medio oriente, iscritto ai Cavalieri di Malta

[5] www.fondazionecipriani.it
[6] G. De Lutiis, I servizi segreti in Italia, Editori riuniti, pg. 295-296
[7] http://digilander.libero.it/prigionieropolitico/avv_federici_03.htm

domenica 20 aprile 2008

L’omicidio massonico 2 - Il caso Pantani e il caso Fois





Premessa
In questo articolo approfondiamo alcuni degli argomenti trattati nel precedente articolo sull’omicidio massonico e chiariamo alcuni dubbi che l’articolo aveva suscitato specialmente in merito al caso Pantani.
In primo luogo l’articolo precedente terminava con una domanda. Mi chiedevo cioè il motivo dell’immenso numero di persone “suicidate” (come si dice in gergo) mediante impiccagione, e facendo toccare alla maggioranza di essere le ginocchia per terra.
Voglio poi rispondere alle molte domande che mi vengono spesso rivolte: come si distingue l’omicidio massonico? E perché dico che Pantani fu quasi sicuramente ucciso?

Impiccagioni e avvelenamenti, overdose
In primo luogo un lettore mi ha inviato la sua spiegazione. il "suicidio in ginocchio" rappresenta "l'omicidio consacrato" cioè la morte per "volere divino"... cosi come si viene investiti degli onori alla vita, cosi si viene investiti degli onori alla morte.


Mi è pervenuto inoltre uno scritto, tratto dal libro di un esoterista che ha, appunto, trattato questo argomento che riportiamo. Il libro è di Lino Lista e si intitola: “Raimondo di Sangro. Il principe dei veli di pietra”. In forma romanzata vengono rivelati alcuni aspetti del ritualismo massonico che hanno quindi dato una risposta alla mia domanda sul motivo dei tanti impiccati.
La corda e l’impiccagione sono i simboli di Giuda e del tradimento di Cristo.

Ma il lavoro di Lino Lista svela anche un altro mistero. Un’altra modalità frequente di uccisione, tanto frequente da gettare più di un sospetto, ad esempio, è quella dell’avvelenamento da overdose, in cui sono incappati, per fare qualche nome, il ciclista Pantani, poi di recente un altro componente della sua squadra, il ciclista Valentino Fois, e a Viterbo il medico Manca, ovvero il medico che pare abbia curato il boss mafioso Bernardo Provenzano.
Muoiono poi avvelenati anche molti testimoni di processi importanti. Morì avvelenato in carcere Sindona. E poi molti “malori” improvvisi, talvolta nell’anticamera di un giudice, in un tribunale, o nella buovette di montecitorio come capitò al generale Giorgio Manes.
Voglio citare integralmente il passo del libro di Lino Lista:
La corda...(omissis)...è il segno dominante, che mai deve mancare, di una vendetta massonica. Con riferimento alla leggenda di Hiram, volendo spandere un maggior numero d’indizi, convenientemente si potrebbero lasciare accanto al cadavere del giustiziato, seppur di veleno: dell’acqua, in ricordo della fontana alla quale il Vendicatore smorzò la sete; un osso spezzato di cane, in onore dell’Incognito che si mutò in tal bestia; un abito nero, in memoria del lutto per Padre Hiram. Volendo eccedere, ma mai una società segreta dovrebbe eccedere perchè troppi indizi talvolta sono considerati alla stregua di una prova, si potrebbe collocare sulla salma del traditore un mattone, simbolo muratorio.

Queste morti da overdose, quindi, non sono un caso. Anche l’avvelenamento è una modalità “massonica” perché simboleggia la morte per mano del serpente, simbolo dell’infedeltà e dell’inganno.
Ecco quindi perché Pantani morirà dopo aver ingerito diverse dosi di coca.

Perché sostengo che sia un omicidio? Perché ogni qualvolta l’incidente, o il malore, o il suicidio, sono provocati, e sono quindi un omicidio, immancabilmente partono, a seguito del fatto, i depistaggi e gli occultamenti che solo un potere come quello massonico è in grado di fornire: sparizione dei fascicoli dai tribunali, morte dei testimoni, la pervicace volontà degli inquirenti nell’ignorare determinate prove (per collusione, paura, o per la mancata conoscenza del problema), le irregolarità procedurali, ecc…



Il caso Pantani
Esaminiamo il caso Pantani, così come ce lo descrive un giornalista, Philippe Brunel, in un recente libro “Gli ultimi giorni di Marco Pantani” su cui ci basiamo per la nostra ricostruzione.
E’ noto che Pantani morirà all’hotel Le rose di Rimini per una presunta overdose da cocaina.
Anche qui troviamo tutti gli elementi di un omicidio massonico, ovverosia le firme, nonchè tutte le modalità procedurali investigative che gli inquirenti seguono quando il delitto è massonico.

Ad esempio troveremo:
- testimoni che cambieranno versione;
- gli inquirenti che ignorano particolari fondamentali nell’indagine: ad esempio nel cestino dei rifiuti della stanza dell’hotel verranno rivenuti resti di una cena presa da un ristorante cinese. Ma Pantani non mangiava cibo cinese. Allora chi c’era con lui quell’ultima notte?
- Sul corpo compaiono segni di colluttazione ma nessuno accerterà mai se, ad esempio, sotto le unghie compaiano o meno dei resti di DNA altrui per verificare se Pantani fu forzato a ingerire cocaina (v. pag. 278).
- Errori e omissioni varie nelle autopsie.
- Una volante della polizia, con due agenti, interverrà sul luogo dell’incidente, ma non redigerà mai il verbale relativo. Perché questa irregolarità nelle procedure?
- Le varie perizie medico legali fanno una gran confusione sull’ora della morte che collocano tra le 11,30 (la perizia del dottor Fortuni) e le 19 (il medico Toni).
- Il medico legale che dopo l’autopsia si accorge di essere seguito.
- La camera fu trovata in disordine come se ci fosse stato un corpo a corpo.

Poi ci sono le domande irrisolte.
- Perché Pantani, volendosi suicidare, prende una stanza in un albergo a pochi chilometri dalla casa dove abitava?
- Perché prima di suicidarsi ci resta qualche giorno? Cosa lo fa rimanere in una stanza di albergo quando aveva la sua abitazione lì vicino?
- Uno degli inquirenti dichiara al giornalista di avere avuto pressioni dal Ministero dall’interno per concludere in fretta l’indagine. Ma il ministero non dovrebbe avere fretta di concludere; casomai dovrebbe avere la volontà di accertare la verità senza lasciare dubbi. Curioso poi che il Ministero si disinteressi del fatto che dopo decenni non sia mai venuta fuori la verità per stragi come Ustica, o per il sequestro Moro, e improvvisamente abbia fretta di concludere per un personaggio come Pantani. Difficile pensare che sotto ci sia una voglia di arrivare velocemente alla verità, dato che l’occultamento della verità è sistematico nella storia giudiziaria italiana. Mai abbiamo sentito un politico affermare che nel programma elettorale c’era la volontà di scoprire la verità sulle tante stragi impunite per dare giustizia alle migliaia di morti e alle decine di migliaia di famiglie delle vittime delle stragi. Mai. Anzi, in compenso alcuni degli autori di crimini assurdi, come l’ex terrorista D’Elia, hanno addirittura avuto incarichi istituzionali (sottosegretario alla camera nel governo Prodi). Personaggi che hanno avuto pesanti responsabilità in vicende come il sequestro Moro verranno addirittura fatti presidenti della Repubblica (Cossiga). Nessuna fretta di scoprire chi ha abbattuto l’aereo di Ustica, nessuna fretta di arrivare alla verità sul Moby Prince, nessuna fretta di scoprire chi c’è dietro ai delitti del Mostro di Firenze, dietro ai Georgofili, dietro a Piazza Fontana, dietro alla strage di Bologna. Ma una gran fretta di chiudere il caso Pantani. Curioso no?

Tutte queste contraddizioni, depistaggi, ecc., sono sempre l’indizio sicuro della presenza della massoneria.
In alternativa può ipotizzarsi che si tratti di incuria o superficialità nell’indagine.
Ma si tratta di incuria e superficialità troppo ricorrenti per essere casuali.

Poi ci sono le firme. Quelle firme che chi non si è mai occupato di massoneria non riesce a vedere. Ma immediatamente visibili per chi vive in mezzo a queste vicende.
Anzitutto Pantani muore all’hotel Le Rose, il cui nome potrebbe non essere casuale ma essere la firma della Rosa Rossa. D’altronde anche i suoi amici diranno che la morte di Pantani in quell’hotel non deve essere un caso, ma forse voleva lasciare un messaggio a qualcuno perché lui era un uomo che non faceva nulla a caso (pag. 52). Forse, aggiungo io, non era lui che voleva lasciare un messaggio, ma chi l’ha ucciso.
E poi viene trovato accanto al corpo un biglietto con una frase apparentemente senza senso: Colori, uno su tutti rosa arancio come contenta, le rose sono rosa e la rosa rossa è la più contata.
Non sono in grado di capire il senso di questo biglietto; ci vorrebbe un esperto e pochi in Italia sono in grado di capire questi messaggi. Ma indubbiamente sembra un messaggio in codice.
Probabilmente c’è un significato anche nel fatto che sia morto a San Valentino, giorno in cui tradizionalmente si regalano rose alla fidanzata.
Qualcuno ipotizza che abbia un senso anche la data della sua morte: 14/02/2004, data la cui somma fa 13, che nelle carte dei tarocchi non a caso è la carta della morte.

Nonostante non sia in grado di decodificare tutti i particolari è evidente però che Pantani fu in qualche modo costretto ad andare in quel preciso albergo affinchè poi il delitto fosse firmato.
Ovviamente dire che dietro un delitto c’è la Rosa Rossa significa poco. Essendo la Rosa Rossa un’organizzazione internazionale, e contando centinaia di affiliati in Italia, è come dire che si tratta di un delitto di mafia o di camorra. Cioè significa affermare una cosa talmente generica da essere pressocchè inutile a fini investigativi, e tuttavia dovrebbe essere un buon indizio perlomeno per non archiviare la cosa come suicidio.

D’altronde che gli attacchi a Pantani provenissero da ambienti massonici risulta evidente dal fatto che qualche anno prima ebbe un incidente anomalo nella discesa di Superga. Un auto entrò nella zona vietata al traffico e investì Pantani e altre due persone.
Un incidente casuale? Difficile, da pensarsi, perché sulla collina di Superga sorge quella cattedrale omonima, che venne costruita nel 1717, anno in cui venne ufficialmente fondata la massoneria. Una basilica e una collina, insomma, che hanno un particolare significato per la massoneria. Per chi sa anche solo poche cose sulla massoneria si tratta di una firma manifesta, specie alla luce delle stranezze di quell’incidente (inspiegabile ad esempio è come avesse fatto la macchina a inserirsi nella zona vietata, tanto che Pantani fece causa alla città di Torino per questo fatto).


La parola ai testimoni
Per chi conosce le vicende delle stragi italiane gli incidenti stradali per rottura dei freni o dello sterzo, non sono una novità, I testimoni di queste stragi, i personaggi scomodi, muoiono sempre così: non solo impiccati e avvelenati, ma anche in incidenti banali in cui l’auto (o la moto) escono di strada all’improvviso per un malfunzionamento.
Qualcuno ogni tanto si salva.
Ricordo a memoria – tra gli scampati - il carabiniere Placanica (implicato nei fatti del G8), il giudice Forleo (ma non così fu per i genitori, che morirono in un incidente analogo senza ovviamente che gli inquirenti volessero indagare).
Persino il famoso Enrico Berlinguer disse di aver avuto un incidente da cui si era salvato per miracolo, durante un suo viaggio in Bulgaria nel 1973, in cui morirono però altre due persone; disse che l’incidente era voluto, ma nessuno gli credette.
Di recente Fabio Piselli, scampato al rogo della sua auto, più volte nominato nei miei articoli.

Ma in tanti hanno avuto “incidenti anomali” e non si sono salvati. Ne abbiamo parlato in precedenti articoli e non voglio ripetermi.
Voglio invece ricordare alcuni morti del mondo dello sport e dello spettacolo.
Ayrton Senna, cui fu montato male lo sterzo della sua formula 1.
Per non parlare del Torino Calcio; l’aereo ebbe un guasto imprecisato e si schiantò contro – guarda tu che caso - la collina di Superga.
Il cantante Rino Gaetano che ebbe due incidenti identici, con la stessa auto; nel primo incidente si salvò; nel secondo morì, anche perché 5 ospedali si rifiutarono (misteriosamente) di prenderlo in cura. Il cantante morì il 2 giugno 1981 nello stesso identico modo in cui muore il protagonista di una sua canzone, La ballata di Renzo. Statisticamente le probabilità che un cantante descriva la morte di qualcuno perché viene rifiutato da 5 ospedali, e che poi muoia nello stesso identico modo sono…. nulle.

E statisticamente, le probabilità che qualcuno svolga veramente delle indagini sono le stesse di questi incidenti: nulle.

Mass Media e delitti
Molta strana è anche la morte del ciclista Valentino Fois, della squadra di Pantani. Anche lui muore per cause da accertare, ma alcuni giornali parlano di overdose. E già questo fa venire qualche sospetto, in quanto probabilmente muore nello stesso modo del suo ex amico.

Occorre a questo punto fare una considerazione di ordine generale sui mass media in Italia.
In Italia muoiono per omicidio circa 2500 persone all'anno. E altrettante ne muoiono suicide. Giornali e Tv si disinteressano di questi fatti, selezionando accuratamente solo le notizie che piacciono e sono funzionali al sistema.
Quando però su un fatto scatta l’attenzione dei media, in genere questo è un segnale che sotto c’è dell’altro.
Quindi viene spontanea la domanda. Perché i giornali si interessano alla morte di un ciclista poco conosciuto come Fois?
E perché poi, nei pochi secondi che i TG dedicano alla notizia, occorre precisare che era implicato in un furto di portatili? Quand’anche si voglia dar risalto alla morte di un uomo, non c’è alcuna necessità di informare il pubblico che costui – forse – aveva rubato dei PC. In primo luogo perché la notizia è generica e posta in forma dubitativa. In secondo luogo perché non si capisce quale collegamento possa sussistere tra un furto di PC e una morte per overdose.
Il sospetto che sia un omicidio, e che la televisione abbia volutamente voluto riportare l’immagine di una persona drogata e dedita al furto, è molto forte. Il messaggio che si vuole trasmettere è questo: è morto un ladro e per giunta drogato e depresso.
Ma chi invece ha capito come funziona l’informazione in Italia capisce chiaramente un altro messaggio: probabilmente si tratta di un omicidio e c’è sotto qualcosa. E allora il pensiero corre al fatto che qualche prima avesse rilasciato un intervista alle jene (intervista che trovate a questo indirizzo: http://it.youtube.com/watch?v=RRvhdi1gHqk).

Aggiungiamo poi una cosa. Chi frequenta a livello professionistico il mondo dello sport sa che il doping è un fenomeno assolutamente diffuso, nel senso che probabilmente non è possibile partecipare a qualsiasi tipo di sport senza doparsi.
Nella mia esperienza del passato, per anni ho praticato Body Building e ho seguito corsi per diventare istruttore di questa disciplina. E il doping era una materia di studio assolutamente ufficiale, nel senso che nella preparazione atletica di uno sportivo professionista non si poteva prescindere dal doping. Il problema era solo come eludere i controlli, stare attenti ai tempi di eliminazione della sostanza ecc...

C’è quindi il forte sospetto che Fois sia morto in questo modo per aver “tradito”, come Pantani, e che i due abbiano pagato con la vita la loro maggiore pulizia e onestà intellettuale rispetto al resto dell’ambiente in cui vivevano.

Considerazioni finali
C’è anche (non il sospetto ma) la certezza, che la verità non verrà mai a galla. Anzi, a dire queste cose, purtroppo, si rischia di passare per matti o visionari.

La cosa che mi dà tristezza, in tutta questa vicenda, non è la gravità delle collusioni istituzionali a tutti i livelli, né la scarsa preparazione di molti inquirenti in materia che si traduce in una mancata tutela del cittadino. Questo ho imparato ad accettarlo, perché viviamo in una democrazia troppo giovane perché sia veramente una democrazia. Le mentalità e i costumi di secoli non possono cambiare in pochi anni. L’oligarchia mascherata in cui viviamo, in fondo, un giorno dovrà finire per dare spazio ad una nuova era.
Ciò che mi dà tristezza è pensare che la maggior parte delle famiglie di queste vittime non saprà mai la verità.
La maggior parte muore senza che i familiari sospettino un omicidio. Io stesso dopo il primo incidente che mi capitò pensai ad un caso. E dopo il secondo pensavo che ce l’avessero con la mia collega e che avessero manomesso contemporaneamente sia la mia moto che la sua per maggior sicurezza di fare danni a lei. In altre parole; potevo morire senza sapere neanche perché e pochi avrebbero sospettato qualcosa. Solo dopo qualche tempo mi spiegarono chi ce l’aveva come me e perché. Ora, perlomeno, so che mi potrebbe succedere qualcosa e so anche il perché. Ogni volta che prendo l’auto sono consapevole che lo sterzo potrà non funzionare, che un auto che viene in senso inverso all’improvviso potrà sbandare e venire verso di me, o magari che potrò avere un malore nell’anticamera di una procura come è successo al capo dei vigili testimone della Tyssen Krupp. Ma all’epoca dei primi incidenti, non avevo neanche il sospetto di essere stato “condannato a morte”. Perché non ero consapevole di quale colpa avessi commesso e di quale peccato mi fossi macchiato.
Mi domando se Senna sapeva il destino che lo aspettava, se i familiari avranno capito. I familiari del Torino Calcio cosa penseranno di quell’incidente terribile? E i genitori di Fois? E la Forleo, cui scrissi “una lettera aperta” dalle pagine di questo blog… avrà capito esattamente cosa le è successo oppure penserà che il suo incidente d’auto sia stato casuale?
I familiari delle vittime di via dei Goergofili, di Ustica, del Moby Prince, hanno capito. Lì sono troppo grosse le collusioni, troppo evidenti gli omicidi e i depistaggi perché qualcuno non capisca.
Ma gli altri?
I familiari dei testimoni di processi apparentemente normali, come quelli della Tyssen Krupp, o del Mostro di Firenze, che apparentemente sembra un normale caso di un serial Killer? E i familiari di tutte quelle persone che parevano condurre una vita normale, perché il delitto è maturato in un luogo ove nessuno sospetterebbe l’ingerenza così pesante dei cosiddetti poteri occulti, come il mondo sportivo?
Ho telefonato ai genitori di Pantani prima di scrivere questo articolo. Dal loro silenzio successivo al mio fax presumo che abbiano pensato che io sia un folle, magari un mitomane in cerca di pubblicità.
E’ normale che lo pensino, come è normale che la maggior parte delle persone che leggeranno queste righe le prendano per un delirio.
Allora voglio ricordare le parole dell’onorevole Falco Accame, a proposito degli incidenti anomali (come quello capitato ai genitori del giudice Forleo) o dei suicidi dei vari testimoni di processi importanti. Parlavamo dell’incidente capitato al giudice Forleo, e mi disse “inizialmente, quando mi occupai di queste cose, credevo al caso. Non volevo credere che fosse una cosa voluta perché mi pareva fantascienza. Poi, quando mi accorsi che i testimoni morivano tutti, sistematicamente, ho capito… E’ una cosa che è difficile da accettare.”

Questo articolo, come il precedente, è scritto per tutti i familiari di persone suicidate, impiccate, morte in incidenti inspiegabili che hanno sempre capito che la versione ufficiale data dagli inquirenti non quadrava, affinchè perlomeno loro sappiano la verità. Oramai sono troppe le vittime sparse per la penisola, perché non si cominci a sospettare. E sono troppi i sopravvissuti perché qualcosa prima o poi non venga fuori.
Oramai parlo con tante persone esperte e mi confronto. Molti, tanti, hanno capito. Un mio amico medico legale, a cui ho raccontato le mie “scoperte” mi ha lasciato di stucco quando mi ha detto “si Paolo, lo sapevo. Lo sapevo perché da medico legale mi rendo conto quando ci prendono in giro in TV e sui giornali. Tutti quei suicidi in carcere per soffocamento con buste di plastica sono impossibili dal punto di vista di medico legale. Analizzando alcuni dei più importanti casi dal punto di vista medico legale mi sono accorto che ci prendono in giro. E poi sono un appassionato di esoterismo, e quindi i loro simboli e messaggi io li vedo. Vedi? L’esoterismo è un linguaggio. Se non lo conosci è come camminare per strade di una nazione straniera; vedi la gente, vedi le scritte, ma non ti dicono nulla; in certi casi potrebbero sembrarti innocui disegnini. Ma se invece lo conosci allora riesci a leggere oltre la superficie e capire i messaggi profondi che vengono lanciati e gli innocui disegnino diventano frasi precise. Capisci tutto, ma con la maggior parte delle persone non puoi parlare perché ti prendono per matto. E il problema principale, quando capisci il sistema, è continuare a fare la vita di sempre senza impazzire”.

Questo, signori, è il sistema in cui viviamo ma con un po’ di studio e di intuito si può imparare a capirlo. Il paradosso è che non sono mai stato un appassionato né di gialli, né di spionaggio, né di esoterismo; ma credo che neanche la più fervida fantasia di qualsiasi scrittore abbia mai immaginato un sistema del genere. La realtà, per chi la vuole vedere, supera sempre di gran lunga la fantasia. Anche quella di Stephen king, che forse non a caso ha scritto una serie di telefilm che si intitola The Red Rose, e che forse per i suoi libri non si è ispirato alla sua sola fantasia (ad es. nei “Lupi del Calla”, occorre proteggere una sola rosa rossa che sta in una Torre nera; e se la Rosa venisse distrutta per qualche motivo la Torre cadrebbe insieme alla Rosa).

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Ps finale. Quando facevo il quarto ginnasio rubai tre biscotti (erano dei Ringo per la precisione) al mio miglior amico, Daniele. Voglio precisare, in caso di suicidio da parte mia, che i due fatti non sono collegati, al fine di evitare che i media mi facciano lo scherzo di Fois e che riportino la notizia facendomi passare per un ladro di biscotti. Peraltro confessai il mio crimine a Daniele, il quale dopo 25 anni non manca mai di ricordarmelo.

domenica 13 aprile 2008

CARTELLE ESATTORIALI PAZZE: UNA ESTORSIONE SISTEMATICA DELLO STATO IN DANNO DEI CITTADINI?



Di Solange Manfredi

Spesso in questo blog abbiamo scritto di vicende gravi (c.d. misteri) che hanno coinvolto direttamente una parte della popolazione in maniera durissima.

Purtroppo altrettanto spesso abbiamo visto come il comportamento tenuto dalle istituzioni sia stato, nel migliore dei casi e per usare un eufemismo, imbarazzante.

Il lettore avrà ricordato, o sarà venuto a conoscenza di fatti che, seppur gravissimi, coinvolgevano altri e avrà fatto i debiti scongiuri sperando di non trovarsi mai in situazioni analoghe.

Il problema che però sfugge al lettore è che, se “nel grande” queste vergogne sono maggiormente visibili, nel piccolo sono quotidiane e lo colpiscono direttamente senza che neanche se ne renda conto derubandolo e lasciandolo praticamente senza difesa.

Abusi a cui siamo così abituati che, in molti casi, non ce ne rendiamo neanche conto.

La situazione, comunque, cambia di poco quando ce ne rendiamo conto perché siamo, nei fatti, privati di adeguato strumento di difesa.

Per chiarire quanto appena affermato si possono esaminare tante, troppe, situazioni.

Esaminiamone una per tutte: lo scandalo delle cartelle esattoriali pazze, e vediamo come la vessazione si è evoluta e perfezionata in questi anni divenendo un meccanismo diabolico.

CARTELLE PAZZE

Innanzitutto chiariamo cosa sia una cartella pazza. E’ una cartella esattoriale che, notificata da una società di riscossioni tributi, vi comunica che siete debitori dello Stato per un determinato importo.

Poiché risulta che siete debitori di tale importo da lungo tempo, alla somma vengono imputati interessi e sanzioni.

Dal giorno della notifica avete 60 giorni per pagare (termine brevissimo) altrimenti vi verranno ipotecati e/o pignorati i beni.

Il problema è che le cartelle pazze sono sbagliate. Voi non dovete quell’importo.

Ma se un computer ha impiegato pochi secondi per rendervi debitori di importi non dovuti l’iter per farsi annullare tali cartelle non solo è laborioso ma anche molto caro.

Inoltre molti non si accorgono neanche che tale importo non è dovuto. Si fidano dell’amministrazione.

Per chi si accorge che qualcosa non va inizia il calvario. Si reca dalla società di riscossioni per ottenere chiarimenti (spesso con scarso successo) con attese eterne e giorni di lavoro persi.

Per farsi annullare la cartella esattoriale sbagliata si deve rivolgere, pagando, ad un professionista per redigere il ricorso da presentare alla commissione tributaria.

Per depositare il ricorso deve pagare bolli (altri soldi allo Stato), ecc..

Ma si possono creare situazioni ancora più gravi.

PERDERE LA CASA.

In una trasmissione televisiva, qualche settimana fa, si è saputo che molte famiglie in Italia, di cui i casi più eclatanti in Campania, hanno saputo che la loro casa era stata venduta all’asta solo quando si sono viste recapitare un avviso di sfratto dal nuovo proprietario.

Il loro immobile era stato venduto all’asta, per un presunto credito di poche centinaia o migliaia di euro vantato da una società di riscossioni, senza che a loro fosse mai stata notificata alcuna richiesta di pagamento.

Tale abuso ha colpito così tante famiglie che si sono costituiti addirittura dei comitati vittime.

Questo probabilmente non è che l’evoluzione del meccanismo. Mi spiego.

Vi sono persone che, se si accorgono che rubare od estorcere denaro non comporta conseguenze, o se le comporta sono minime e trascurabili, mentre il guadagno è enorme, probabilmente non solo continueranno a delinquere, ma escogiterranno un modo per evitare anche quelle minime conseguenze sino ad allora patite.

Negli ultimi 10 anni si calcola che le cartelle pazze notificate ai contribuenti siano state circa 37, 7 milioni. Un numero enorme.

A fronte di questa vergogna non è successo nulla, assolutamente nulla. Alcuni contribuenti hanno accettato di anticipare spese superiori all’importo dovuto per tutelare i propri diritti, i più hanno preferito pagare somme che non dovevano.

Il guadagno, per contro, dello Stato è stato impressionante.

Facciamo due conti. Poniamo che, mediamente, l’importo non dovuto richiesto per ogni cartella sia di 500 euro. Quanto fa 500 euro per 37,7 milioni di cartelle? 18.850.000.000 euro

Tanto ha incassato lo Stato in questi 10 anni per cifre non dovute estorte ai cittadini.

Ora visto l’enorme quantità di cartelle esattoriali sbagliate emesse c’è da chiedersi se tali errori siano casuali o voluti.

Il DUBBIO: ASSOCIAZIONE A DELINQUERE?

Qualche mese fa una società per la riscossione mi notificava due cartelle di riscossione tributi per un totale di più di 3.000 euro.

Ritenendo la richiesta illegittima proponevo ricorso alla commissione tributaria.

Fortunatamente, trattandosi del mio lavoro, non ho dovuto pagare un legale per redigere il ricorso, ma ho dovuto sostenere le spese per le marche da bollo e il domiciliatario. Inoltre il tempo per redigere il ricorso avrei potuto impiegarlo per svolgere altri lavori retribuiti e quindi ho, comunque, subito una perdita.

La società costituendosi correggeva immediatamente gli errori (od orrori) e la richiesta scendeva a circa 1.000 euro (neanche quelli secondo me dovuti).

Comunque ciò che è certo è che la società di riscossioni aveva commesso un errore che aveva portato a chiedermi tre volte tanto, errore ammesso dalla stessa in giudizio.

Passano pochi mesi e mi vedo notificare altra cartella, sempre dalla stessa società di riscossioni, sempre con gli stessi errori (od orrori).

Strano, eppure la società di riscossioni sa perfettamente che tali richieste sono illegittime, lo ha confermato anche davanti alla commissione tributaria. Se è così allora perché continua a chiederle?

Mi assale, dunque, un dubbio. E se la società di riscossione sapesse perfettamente ciò che chiede è illegittimo ma continuasse a farlo forte della sua posizione (se non paghi entro 60 giorni ti posso vendere la casa all’asta, fermare l’auto, ecc..) e delle enormi spese che il cittadino dovrebbe affrontare per far valere i suoi diritti?

Certo che se la società di riscossione sapesse che tali cifre non sono dovute e dolosamente continuasse a chiederle commetterebbe un reato.

Probabilmente sarebbe corretto qualificarlo come estorsione.

L’EVOLUZIONE DEL MECCANISMO: S.R.L.

Da giurista mi sono chiesta quale tutela abbia il cittadino contro questi abusi e che rischio corra chi li commette…. qui arriva la sorpresa: negli ultimi anni la riscossione di questi tributi viene data a società esterne all’amministrazione. Perché? Proviamo a fare una ipotesi.

Poniamo che la società di riscossione abbia sbagliato, volutamente o no, milioni di cartelle.

Poniamo che la società di riscossione, e quindi lo Stato, grazie a questi errori abbia intascato illegittimamente miliardi di euro.

Una volta accertato l’inganno, o l’errore, il cittadino ha diritto al risarcimento del danno.

Ed ecco la sorpresa.

E’ la società di riscossioni, ovvero la società che ha emesso la cartella illegittima e quindi cagionato il danno al contribuente con conseguente obbligo di risarcirlo è in molti casi, è una splendida s.r.l., ovvero società a responsabilità limitata. Ciò significa che risponderà limitatamente al capitale versato ed il capitale versato, probabilmente, sarà di 10.000 euro. Il gioco è fatto. Nessun risarcimento del danno (e in alcuni casi i danni possono essere ingentissimi, si pensi solo ai casi citati in apertura articolo dove persone hanno perso la casa, l’azienda, ecc...).

Ora c’è da domandarsi se queste società a responsabilità limitata (costituite normalmente con delibere comunali e che spesso hanno come socio unico proprio il Comune) alle quali viene conferito il servizio di accertamento e riscossione delle entrate, siano necessarie, o siano solo un escamotage adottato per ottenere illecitamente più soldi senza correre il rischio, una volta scoperti, di dover pagare i danni degli illeciti commessi.

L’IMPROPONIBILE DIFESA

Al di là del dubbio resta comunque un dato certo: il contribuente è lasciato senza una accettabile difesa. Infatti il cittadino che, a fronte di una cartella esattoriale sbagliata, volesse far valere i suoi diritti e pagare il giusto dovrebbe fare:

1. esposto alla Procura della Repubblica (nel caso in cui sospetti il dolo)

2. ricorso alla Commissione tributaria (Una volta stabilito che la richiesta della cartella esattoriale è illegittima il contribuente ha diritto anche al risarcimento del danno. In un paese normale la commissione tributaria che dovesse rendersi conto dell’errore dovrebbe anche stabilire il quantum di risarcimento. In Italia no. Il contribuente deve rivolgersi ad altro giudice e iniziare nuova causa davanti al tribunale civile. Altre spese);

3. azione di risarcimento danni davanti al Tribunale civile contro la società di riscossione ottenere il risarcimento del danno (che difficilmente otterrà essendo la società una s.r.l.)

Nella sostanza dovrebbe azionare almeno 3 procedimenti diversi che, con i diversi gradi, possono arrivare a 9. Il tutto per tutelare i propri diritti violati dall’emissione di una cartella esattoriale illegittima, senza speranza di poter ottenere alcun risarcimento del danno, seppur dovuto, perchè la società di riscossioni è una s.rl..

Tale difesa, sia per tempi che per costi e risultato, equivale a non dare effettiva tutela al contribuente.

DIRITTI COSTITUZIONALI ADDIO

Certo restano ancora dei dubbi sul fatto che questo meccanismo sia voluto.
Non è detto che l’emissione sistematica di cartelle esattoriali pazze sia voluta.
Non è detto che la tutela data al cittadino sia volutamente così complicata.
Non è detto che la riscossione dei tributi venga data a società a responsabilità limitata per non dover risarcire ai contribuenti i danni cagionati dalle cartelle pazze.

Tutto ciò non è detto che sia studiato e voluto. Però una cosa lascia perplessi (ed in diritto penale indizi gravi, precisi e concordanti costituiscono una prova)

Pochi mesi fa una sentenza della Corte Costituzionale ha stabilito che le cartelle esattoriali che arrivano al contribuente prive dell’indicazione del funzionario responsabile sono nulle.

La cosa è stata salutata con favore. Finalmente, il contribuente poteva almeno sapere chi era responsabile di quella cartella pazza. Evviva.

La gioia è durata poco, come la tutela del contribuente.

Immediatamente i nostri politici si sono attivati per privare il contribuente di un suo diritto costituzionale. Infatti con il comma 4 ter dell’articolo 36 delle legge di conversione del Decreto Milleproroghe viene stabilito che: La causa di nullità di una Cartella di pagamento priva dell’indicazione del responsabile del procedimento viene riconosciuta solo dal 1 giugno 2008”.
Come a dire. Questo è un tuo diritto costituzionale, ribadito (visto che l’abbiamo violato) da una sentenza ma, per ora, non se ne fa nulla. Per ora, anche se la cartella è nulla, non puoi impugnarla, devi pagare.

Non voglio scendere nel dettaglio giuridico di questa ennesima vergogna. Di questa ennesima violazione dei diritti costituzionali dei cittadini. E’ solo una delle tante.

Ma la domanda è: perché?

Come abbiamo detto, probabilmente, si tratta di una estorsione sistematica ai danni dei cittadini, organizzata dallo Stato, con i politici che non solo avallano questa situazione, ma addirittura si attivano per perpetrarla in aperta violazione dei diritti costituzionali. Una estorsione che, probabilmente, permette allo Stato di incassare miliardi di euro illecitamente senza dover correre il rischio di pagare neanche i danni delle sue estorsioni. Geniale no?

Questo è solo un esempio degli abusi cui tutti i cittadini sono vittime da parte delle Istituzioni.

Certo i cittadini che si sono imbattuti, spesso a causa del loro lavoro (giornalisti, magistrati, poliziotti, addetti radar, ecc…), in traffici di armi, battaglie aeree, collisioni navali, ecc.. hanno pagato con la vita l’esser stati testimoni.

Certo ci sono cittadini che hanno pagato, e stanno pagando, con la vita il fatto di aver vestito una divisa ed essere andati a combattere senza le protezioni che lo Stato sapeva di dover dar loro perché esposti all’uranio impoverito.

Ma pensare che tutte queste cose siano fenomeni isolati, pensare che basti farsi i fatti propri per non avere problemi (“chi si fa i fatti propri campa cento anni”) ritengo sia un errore.

Pensare che questi potenti si accontentino di guadagnare con grandi reati che toccano solo parte della popolazione, è un errore. Questi potenti, una volta capito che si può fare qualsiasi cosa, capito che il cittadino si può massacrare quotidianamente tanto non succede nulla, continuano a farlo. Ed a farlo sempre più pesantemente e vergognosamente.


sabato 12 aprile 2008

Risultati petizione Massoneria. Quando l'estrema destra e l'estrema sinistra si incontrano

a cura di Comedonchisciotte.org, Disinformazione.it, PaoloFranceschetti.blogspot.com



Alla vigilia delle elezioni è giusto fare un bilancio dell'iniziativa lanciata qualche settimana fa per una corretta informazione sui legami tra politica e massoneria. Come primissima cosa è giusto ringraziare tutti quanti hanno aderito e segnalato l'iniziativa della petizione: siamo arrivati ad un passo dalla soglia di 1000 firme (sono 966 al 12-04) e questo è un risultato assolutamente notevole, ottenuto senza sfiorare nemmeno lontanamente i circuiti informativi ufficiali. Ciò dimostra che questo problema di cui non si parla assolutamente nel campo della politica "ufficiale" è tutt'altro che inesistente nella coscenza delle persone che desiderano essere ben informate. Innanzitutto tra le firme stesse o via mail abbiamo ricevuto il sostegno di alcuni candidati a queste elezioni.
Matteo Giordano (PRC) candidato alla Camera in Toscana per "la Sinistra l'Arcobaleno"
Mirta Quagliaroli candidata al Senato in Emilia Romagna per il movimento di cittadini "Per il bene comune"
Maria Sprovieri candidata alla Camera per il PCL Amici Beppe Grillo Roma - La Lista Civica
Successivamente abbiamo più volte inoltrato via mail la petizione a tutti i partiti e movimenti che si presentano in tutte o nella maggioranza delle circoscrizioni. Per massimizzare la possibilità di una risposta abbiamo mandato la mail spesso a più di un indirizzo riconducibile ad uno stesso candidato, e nel caso dei maggiori candidati inviando la mail anche agli indirizzi ufficiali dei partiti che formano il loro schieramento. Abbiamo ottenuto una sola risposta, da parte del Partito Comunista dei Lavoratori (candidato premier Marco Ferrando), che ringraziamo. Qui di seguito troverete la risposta ricevuta dal PCL e tutti gli indirizzi, candidato per candidato, a cui sono state inoltrate le mail.
Nessun nostro candidato od iscritto al Partito, a quanto ci risulta, aderisce a qualunque organizzazione od associazione massonica. E se risultasse direttamente, questa persona sarebbe immediatamente espulsa dal Partito se iscritta o, nel caso sia candidata, ci dissoceremmo fermamente da questa personaMarco Ferrando non è iscritto in qualunque forma a nessuna Loggia Massonica o associazione simile, e non ha problemi a dichiararlo pubblicamente e fermamente.Il PCL ha sempre denunciato non solo la Massoneria nell’attuale fase storica come strumento di pressione e controllo della società e della politica dei poteri forti (banche, industrie, grande borghesia) nel mondo e tanto più in Italia, dove legami e relazioni tra circoli politici, criminalità organizzata e comune, ambienti reazionari e fascisti hanno trovato in associazioni massoniche pubbliche e private, legali ed illegali terreno di cultura e di organizzazioni di disegni politici antipopolari ed antioperai. Dalle logge di Palermo ai recenti casi della Calabria, per non parlare del “Piano di rinascita democratica” di Gelli e co. Ma anche e qualora esistano logge legali e rispettose della legalità, queste sempre si configurano come organizzazioni di relazione, controllo e pressione politica della grande e media borghesia sul sistema politico e sociale